![]() |
||
|
|
||
|
|
|||||
|
|
|||||
|
|
Ricordando Peppino Di Vittorio. |
||||
|
|
|||||
|
|
|||||
|
|
Di Vittorio -
Pavoncelli di Lucio Cioffi Sudest, Numero Zero, Ottobre 2004 |
||||
|
|
|||||
|
|
|||||
|
|
|||||
|
|
|||||
|
|
Giuseppe Di Vittorio riformista? E’ lo stimolo che rilancia Antonio Carioti in “Di Vittorio”, edito da Il Mulino[1]. La risposta è nella vita di Di Vittorio, che attraversa il ‘900 lasciando un segno profondo. Sessant’anni fa, Di Vittorio chiude la sua prima e particolarissima vertenza da segretario della CGIL. Da pochi mesi segretario si occupa di Cerignola e dei suoi braccianti, diventati “altro” durante il regime. Dal 23 al 27 novembre 1944 si susseguono frenetiche riunioni, fra i rappresentanti di mezzadri e di agricoltori, che Di Vittorio ha promosso e presiede, per esaminare la ripartizione dei prodotti in applicazione del “Decreto Gullo”. Gli incontri avvengono nel palazzo Pavoncelli al Piano delle Fosse mentre una folla immensa attende la conclusione della trattativa, senza incidenti in un clima tesissimo. Il 27 novembre, dopo laboriose discussioni, l’accordo fra i principali proprietari terrieri locali (Pavoncelli, Paolillo, Fratepietro) e la Camera del Lavoro. Sull’Italia del Popolo, Manlio Rossi Doria definirà l’Accordo di Cerignola come l’apripista per un’omogenea applicazione del “decreto Gullo” in tutto il meridione. L’accordo è un effettivo miglioramento delle condizioni materiali di vita e garantisce, nel breve periodo, la tregua sociale mentre in tutto il Mezzogiorno il conflitto si acuisce, escludendo Cerignola dalla geografia delle agitazioni contadine e bracciantili. La ripartizione dei prodotti a carico dei conduttori non è più al 50% con le spese, ma in base alla produttività fino al 70%. Durante il fascismo la compartecipazione migliorataria si era diffusa con clausole vessatorie che avevano riportato indietro le lancette della storia, annullando il faticoso processo di affermazione della dignità dei lavoratori dei campi. La “sbracciantizzazione” fascista, praticata dalla proprietà terriera meridionale, non aveva risolto la precarietà del lavoro agricolo ma ne aveva accentuato la durezza con un rapporto contrattuale che legava individualmente il colono al suo padrone senza tutele. Aveva prodotto, inoltre, il configurarsi di una figura sociale prevalente che assommava i rapporti di proprietà, sia pure irrisoria e minuscola, e di salariato, affittuario e compartecipante. Dopo la fine del fascismo la speranza di un miglioramento delle condizioni di vita si fa concreta. Il lavoro contadino va liberandosi di arcaici vincoli e le agitazioni bracciantili non sono più finalizzate alle tradizionali rivendicazioni ma perseguono nuovi obiettivi. L’accordo di Cerignola apre uno scenario nuovo, ad esso faranno riferimento le lotte mezzadrili meridionali. L’accordo è stato volutamente preparato e sollecitato da Giuseppe Pavoncelli. A Roma, il 10 novembre “alle 3,30 in casa dell’avv. Majolo alla via Porta Angelica n. 38”, dopo oltre vent’anni, si ritrovano faccia a faccia i due principali protagonisti della storia di Cerignola del Novecento: Giuseppe Di Vittorio e Giuseppe Pavoncelli. Dell’incontro esiste una puntigliosa ricostruzione dattiloscritta.
Da una parte il “conte Pavoncelli” espressione autentica, secondo DiVittorio, di “chi rappresenta in Italia tipicamente e tradizionalmente il grande possesso terriero”; dall’altra il bracciante autodidatta al vertice della CGIL. L’incontro è il segno del mutato equilibrio fra proprietà terriera e sindacato ed è il riconoscimento del ruolo del sindacato stesso. Storie antitetiche, destinate ad incrociarsi nei momenti di snodo della storia di Cerignola. L’incontro riafferma, nel nuovo clima, la disponibilità al confronto ed alla mediazione, interrottasi nel 1921. I due personaggi ricominciano a tessere la paziente tela della mediazione, con la stessa tenacia del primo dopoguerra: per ricostruire, per trovare soluzioni concrete attraverso un dialogo, spesso ruvido, ma fecondo di soluzioni ai conflitti sociali, capace di innovare ed anticipare i termini di nuove relazioni sindacali nella nuova Italia. Un dialogo fortemente voluto che aveva come base il rispetto reciproco, l’attaccamento alla “terra” come strumento di produzione di ricchezza e di benessere e come luogo di custodia delle radici, dei valori più veri. Una tela, troppo spesso lacerata dalla storia violentemente indirizzata lungo strade divergenti, ma che non risultava mai lacerata ad un punto tale da non riprenderne la trama portante. Di Vittorio e Pavoncelli si erano incontrati nel 1920, l’uno giovane sindacalista che esercitava un forte carisma, l’altro espressione di una famiglia di proprietari terrieri, all’apice del potere economico. Di Vittorio, ritornato dal fronte, era impegnato nella riorganizzazione sindacale dei braccianti e dei contadini; Pavoncelli, ritornato anch’egli dal fronte con molti più agi, era impegnato nella complessa riorganizzazione del vasto patrimonio familiare che “la fillossera aveva distrutto e che gli scioperi ed il disordine interno avevano disorganizzato completamente delineando un problema di riorganizzazione veramente imponente”. Il sindacalista ed il proprietario, senza rinunciare all’affermazione dei propri interessi, provarono ad individuare un comune terreno d’incontro per dar forma ad una sorta di “compromesso legalitario e corporativo” per conciliare interessi, mai così drammaticamente distanti, trovando sbocco e soluzione alla fortissima domanda di lavoro e, al tempo stesso, stabilità e continuità alle attività produttive di un’azienda che viveva nella forte integrazione fra agricoltura, industria di trasformazione e commercializzazione dei prodotti. Per Pavoncelli, impraticabile il ritorno al contratto d’affitto miglioratario con cui si era avviata la trasformazione fondiaria quarant’anni prima, occorreva individuare uno strumento contrattuale che assicurasse continuità nei lavori agricoli e ricreasse un legame duraturo fra proprietà e lavoro fortemente intriso di paternalismo e fedeltà aziendale, ripristinando il tessuto produttivo, distrutto negli anni della guerra. Per stabilizzare il lavoro, sfruttare la residua produttività dei vigneti ed ipotizzare nuovi impianti, si sperimenta il contratto di compartecipazione in accordo con le organizzazioni sindacali “volendo dar prova dei sentimenti altruistici, adattandosi agli attuali movimenti sociali, tendenti a che la terra sia data ai contadini come coloro che meglio di ogni latifondista, possono coltivare e rendere redditizio il proprio lotto”. Il fascismo interrompe quel percorso. Di Vittorio non mancherà di distinguere, nella sua analisi della violenza squadrista (“Fasti e nefasti del fascismo pugliese” in Puglia Rossa) “alcuni agrari più illuminati e più moderni della stessa Cerignola, che si sono rifiutati di finanziare il fascismo e se ne stanno apertamente in disparte”. L’intensità delle agitazioni contadine che si vanno sviluppando nel ‘44, la nuova qualità delle rivendicazioni e la configurazione dei soggetti protagonisti delle lotte nelle campagne, rivelano in estrema sintesi la portata delle modifiche prodottesi durante il fascismo nell’agricoltura meridionale, nella sua organizzazione produttiva, nei rapporti contrattuali. Sono modifiche interne e funzionali ad una agricoltura segnata dalla predominanza di rapporti sociali e di produzione arretrati in cui la riscossione della rendita prevale sulla ricerca del profitto. La diffusione della mezzadria, nella sua forma “spuria” e non nella classica dell’appoderamento, interessa i settori più moderni e più produttivi dell’agricoltura trasformata (viticoltura ed olivicoltura) e contribuisce ad una ridefinizione dei termini del conflitto sociale ed a generare tensioni e divisioni anche all’interno del mondo contadino. Nell’immediato dopoguerra l’azione dei sindacati ripropone, per un verso, con rinnovato vigore gli obiettivi storici dei braccianti e dei contadini pugliesi (la terra, l’imponibile di manodopera, l’orario di lavoro, il salario, ecc.) e gli strumenti più congeniali a conseguirli (lo sciopero a rovescio, il lavoro arbitrario, l’occupazione dei fondi incolti e malcoltivati, ecc.). Per un altro verso, l’emergere del ceto mezzadrile, dalla spiccata connotazione di figura sociale “mista”, impone ai sindacati di misurarsi su terreni di lotta sconosciuti alla propria memoria storica ed alla propria tradizione (la ripartizione del raccolto, le anticipazioni per le coltivazioni, l’uso delle produzioni secondarie, ecc.). Il quadro complessivo dei rapporti sociali nelle campagne meridionali, dopo il fascismo, è profondamente mutato: tutti gli equilibri sono ridisegnati; i soggetti protagonisti acquistano peso politico e sociale diverso. Di Vittorio e Pavoncelli ripensano e ridefiniscono quel “compromesso legalitario e corporativo” degli anni Venti. Il grande agrario, meno influente di prima, pensando che “nel grave momento che attraversa la Nazione, solo la collaborazione di tutti i cittadini affratellati dalla comune sventura poteva salvare il Paese e che sarebbe auspicabile che tutti, mettendo da parte gli odii e i risentimenti reciproci, evitando ogni deprecabile lotta fratricida, si ponessero al lavoro per la ricostruzione della Patria”. Il grande sindacalista per affermare “un programma contingente per assicurare alla Nazione un governo espresso dalla volontà del popolo e realizzare le premesse indispensabili per la organizzazione democratica della Nazione con una più equa distribuzione delle ricchezze”. Tutto questo, sessant’anni fa, nell’accordo di Cerignola per la ripartizione dei prodotti agricoli nella compartecipazione.
[1] Antonio Carioti, Di Vittorio, “L’identità italiana” collana diretta da Ernesto Galli della Loggia, Il Mulino, 2004, pp. 170, Euro 12,00. |
||||
|
L’accordo di Cerignola tra |
|||||
|
Per stabilizzare il lavoro, sfruttare la residua produttività dei vigneti ed ipotizzare nuovi impianti, si sperimenta il contratto di compartecipazione in accordo con le organizzazioni sindacali |
|||||