![]() |
||
|
|
||
|
|
|||||
|
|
|||||
|
|
Ricordando Peppino Di Vittorio. |
||||
|
|
|||||
|
|
|||||
|
|
Brevi note sulle riflessioni di Mario Pio Patruno Sudest, Numero 13, Marzo/Aprile 2006 |
||||
|
|
|||||
|
|
|||||
|
|
|||||
|
|
|||||
|
|
Sul numero precedente di questa rivista, è stato pubblicato un intervento del sen. Michele Pistillo sulla necessità di una storia dei comunisti di Capitanata per il quale sono profondamente grato, se non altro perché conferma la giustezza dell'intuizione editoriale della rivista in tema di memoria storica ed incoraggia a proseguire in questa direzione. Ricordo con chiarezza che quando Franco Mastroluca, nella stazione di Foggia, mi chiese di collaborare alle pagine della memoria, si raccomandò per interventi di non più di due o tre cartelle e poi, man mano, siamo arrivati a pubblicare interventi di 18 pagine, come nel caso di quello sulla CGIL di Capitanata, ricevendo molte attestazioni di interesse e di consenso che ripagano di una fatica tutta improntata all'abnegazione ed alla passione. Pistillo dichiara di aver avvertito da tempo l'esigenza di una storia del PCI di Capitanata e di aver richiamato l'attenzione di “diversi amici e compagni in grado di avviare una ricerca seria, approfondita, documentata.” Che al suo appello non abbia risposto, finora, nessuno di questi ma un ricercatore sine cathedra accademica e/o politica è un elemento che già di per sé comporterebbe qualche riflessione sia sul mondo universitario in altre faccende affaccendato, sia sul nostro personale politico che con troppa fretta ha voluto considerare il PCI e la sua storia un “vecchiume muffito”, per usare un'espressione che Ruggero Grieco indirizzava al crocianesimo. E' un peccato che Pistillo non abbia atteso la pubblicazione del mio lavoro sulla Storia del PCI di Capitanata (1944-1964) per poter esprimere un giudizio più completo ed obiettivo, per cui egli sembra dedurre che l'opera sia imperniata prevalentemente sulla vita interna del partito mentre essa si muove nel solco dell'indicazione gramsciana di una storia “particolare” di un'organizzazione politica delle classi subalterne. Sono convinto che non vi può essere storia di un partito delle classi subalterne senza una storia della società civile (e, per essa, dello Stato) perché essa altro non è che una funzione strettamente intrecciata alla realtà sociale e politica complessiva; in questa si muove, da questa viene condizionata e questa tenta di condizionare o in forma passiva, o con rivendicazioni parziali nell'ambito di una sostanziale subalternità, o infine cercando di affermare in pieno la propria autonomia e la propria “alterità”. Di segno molto diverso da quello del sen. Pistillo è stato il giudizio di Alfredo Reichlin al quale ho inviato una bozza dell'opera nei primi giorni di settembre u.s. e già la mattina del 9 dello stesso mese mi ha fatto l'onore di una lunga telefonata in cui esprimeva apprezzamento per la serietà del lavoro e mi segnalava la sua personale adesione a molte sottolineature da me fatte su alcuni nodi tematici della storia del PCI di Capitanata. Pertanto, mi piace interpretare le osservazioni critiche del sen. Pistillo come un segnale di impazienza nel voler vedere l'opera nella sua interezza e vorrei sottolineare la sagacia non comune di aver intuito che gli articoli apparsi su Sudest e la biografia su Sabino Vania fanno parte di un lavoro più ampio. In effetti è così, tanto è vero che proprio nei giorni in cui Sudest mandava in stampa l'articolo in questione del sen. Pistillo, la Feltrinelli di Modena aveva avviato la distribuzione della mia Storia del PCI modenese (1945-1950) scritta su incarico dell'Istituto Gramsci di quella provincia. In particolare, ambedue le opere sono vissute come parte di un lavoro più importante per il quale esse costituiscono una specie di “apprendistato” proficuo. In tutti e due i casi, però, l'impostazione della ricerca e della scrittura è stata chiara, netta e dichiarata fin dall'inizio: ho inteso, cioè, scrivere una storia basata quasi esclusivamente sulla forza rigorosa ed oggettiva del documento, sia perché la vicinanza temporale degli avvenimenti consiglia il massimo rispetto per i protagonisti viventi e non, sia perché fonti diverse da quelle documentarie (interviste, articoli di giornali ecc.) propongono spesso visioni soggettive oppure comportano la fatica aggiuntiva di distinguere fra verità storica e proiezione esterna di tipo propagandistico. Ecco per quali ragioni il sen. Pistillo, e altri che vorranno leggere l'opera, troveranno poco o punto di fonti diverse da quelle dell'archivio del PCI o dell'archivio Mosca, ed ecco per quali ragioni è molto difficile il rischio di affogare “nel pantano delle illazioni” o di rinfocolare “vecchie e mai superate contrapposizioni e vecchi contrasti, che non erano sempre soltanto politici” che non interessano lo storico e, credo, non avvincono il lettore che voglia fare tesoro della storia. Concordo con il sen. Pistillo sul giudizio storico circa il rapporto fra partito e sindacato in Capitanata, ma i documenti attestano chiaramente che la prevalenza numerica del partito sull'organizzazione sindacale era limitata ad alcuni centri del Tavoliere, mentre il rapporto si invertiva per la provincia nel suo complesso. Allora, la prima grande domanda che si potrebbe porre è questa: perché non si riuscì a guardare all'insieme della provincia, ma solo ad alcuni grossi centri? Il mio lavoro cerca di rispondere a questo interrogativo estendendo lo sguardo storico al sorgere delle prime forme di organizzazione bracciantile in Capitanata, fortemente influenzate dall'anarco-sindacalismo, ed alla politica agraria del fascismo nelle campagne. Sempre i documenti, attestano che la prevalenza numerica dei braccianti nei grossi centri del Tavoliere nei confronti di mezzadri e contadini, si invertiva a favore di questi ultimi nelle zone di collina e di montagna ed il gruppo dirigente provinciale non seppe agganciare al partito questi ceti per via di una concezione localistica e bracciantilistica (nonostante molti segnali lascino intendere che l'egemonia democristiana nelle nostre campagne non era niente affatto scontata fin dall'inizio). Proprio a proposito del bracciantilismo, però, vorrei fare un atto di precisazione storica e di chiarezza teorica che credo debba chiudere definitivamente questa pagina, sia perché un'analisi teorica sbagliata porta a conclusioni pratiche sbagliate, sia per rispetto della verità storica. E' corretto, sul piano dell'analisi storica, affermare che Allegato, Cannelonga, Di Virgilio, Panico, Papa, Iannone e tanti altri fossero bracciantilisti? Certo che in buona parte è così! Ma ciò detto, noi non comprenderemmo nulla della realtà di quella fase storica se non dicessimo che essi, prima di essere bracciantilisti, erano anzitutto braccianti e contadini poveri e come tali portavano sulle spalle il peso della “zappapala” e nella loro indole culturale il peso di secoli di sfruttamento, di oppressione e di completa “atopia” della storia. Su questi limiti culturali si è abbattuto quello che ho voluto definire “il ciclone Grieco” , il quale ha avuto sempre la grande lucidità d'analisi ed onestà intellettuale di non attribuire ai braccianti la responsabilità del bracciantilismo (il che avrebbe rappresentato un banale ed improduttivo tautologismo), ma di individuare in altri responsabili di “grado” superiore l'origine del ritardo teorico della Capitanata e della Puglia rispetto alla riforma agraria ed al movimento per la Rinascita del Mezzogiorno. Dai documenti interni, sembra dedursi chiaramente che l'invio a Bari di Remo Schiappini in qualità di segretario regionale servisse proprio a superare questo ritardo, mentre (e qui entra in ballo il giovane Pistillo) l'invio di Michele Pistillo a Foggia quale Ispettore del Comitato regionale doveva servire a “sistemare bene” quella Federazione (Cfr. APC CRF Relazione di Remo Schiappini del 31.12.1951). Anch'io evidenzio nel mio lavoro un miglioramento delle condizioni del partito dal 1951 al 1953 per cause molteplici che non è il caso di approfondire in questa sede, e quindi concordo anche in questo con il sen. Pistillo. Tuttavia, sul fronte della battaglia politica alla concezione bracciantilista, i documenti attestano ampiamente che l'ambito privilegiato di attività di Pistillo fu quello organizzativo piuttosto che quello di direzione politica e di orientamento teorico. Forse che il riconoscimento di questa circostanza può sottrarre qualcosa al merito del sacrificio fatto in quegli anni da tutto il gruppo dirigente e dal PCI di Capitanata nel suo complesso? Penso di no . Però esso consente allo storico di mettersi al riparo da una narrazione degli avvenimenti da libro Cuore e protegge il suo diritto-dovere di non vestire i panni del “gran sacerdote dell'ortodossia” che tutto deve coprire e giustificare, giacché se il ruolo dello storico non è solo quello di giudicare, ma di comprendere, è altrettanto vero che “Tout comprendre, ne signifie pas tout giustifier”. E veniamo al dibattito sui fatti d'Ungheria che, secondo il sen Pistillo, sarebbero stati trattati in maniera “troppo sommaria” ed a testimonianza di questo cita avvenimenti di Milano, Roma e Bari. E' indubbio che il giorno in cui dovessi scrivere la storia del PCI di quelle province farò un'analisi più approfondita su quelle realtà, ma voglio ricordare sommessamente che la mia opera si occupa del PCI di Capitanata e, ancora una volta, è a quei documenti che occorre fare riferimento visto che, almeno rispetto a quel momento storico particolare, siamo nelle stesse condizioni sia io che il sen. Pistillo: egli era altrove ed io avrei impiegato ancora 12 giorni per nascere. Ebbene, l'elemento centrale della mia riflessione è la relazione di Gentile al X Congresso provinciale del PCI: un intervento lungo, estenuante, privo del ben che minimo elemento di riflessione critica, fatto apposta per stroncare la discussione, freddo, supponente ed irriguardoso. Sì, supponente ed irriguardoso proprio nei confronti di Giuseppe Di Vittorio di cui tutti conoscevano la posizione diversa dal partito che non viene neanche citata nella relazione e quando ciò avviene è in modo indiretto e solo per dire ciò che anche il sen. Pistillo sostiene e cioè che “si è manifestata unità nel partito”, con l'aggravante di aggiungere: “Alcuni anche tra i nostri stessi amici, si sono lasciati sommergere dalla propaganda”. Suvvia, siamo seri! Quale storico potrebbe mai avvalorare l'idea di un Giuseppe Di Vittorio “sommerso dalla propaganda”? Il mio giudizio storico sulla relazione di Gentile al X Congresso è, da questo punto di vista, senza appello ed è l'elemento essenziale su cui si basa la mia analisi storica della vicenda giacché lo stesso sen. Pistillo riconosce l'esistenza di poco materiale documentario. L'intervento di Vania è secondario rispetto a questo, ma merita qualche breve considerazione, se non altro per gli sviluppi futuri del dibattito interno al gruppo dirigente di Capitanata. Oggi il sen. Pistillo ricorda che Vania “si limitò a chiedere il voto segreto” ed agli occhi nostri sembra - oggi - una cosa così normale da apparire persino banale. Ma lo storico non ha il diritto di leggere la storia di ieri con gli “occhiali” di oggi, bensì di inquadrare gli avvenimenti nel clima generale dell'epoca in cui essi si sono determinati. Mi rendo conto che è difficile, ma se così non fosse si banalizzerebbe il lavoro storico. Il sen. Pistillo ricorda anche che Vania “non differenziò la sua posizione”. Avrebbe potuto farlo senza provocare una rottura traumatica con quello che sentiva essere, ed in effetti era, il suo partito, vissuto come la sua stessa vita? Avrebbe potuto farlo nel mentre un burocrate grigio e mediocre, quale appare essere Gentile dalla lettura dei documenti d'archivio, non si peritava minimamente di un atteggiamento irriverente nei confronti dello stesso Di Vittorio, con tutto ciò che egli rappresentava in termini di prestigio ed autorevolezza? Proprio perché ho basato la mia ricerca sui documenti, e non sulle testimonianze soggettive, non mi è neanche passato per la mente di inserire, né nell'opera sul PCI, né nella biografia su Vania, il racconto che una sola volta questi volle farmi di quel congresso e del bigliettino di Giuseppe D'Alema, inviato della Direzione, in cui era scritto che con i dubbi non si fa strada nel partito. Un messaggio più chiaro di così non vi poteva essere, ma non è su questo che ho fondato la mia constatazione circa l'esistenza di un gruppo che la pensava diversamente dalla maggioranza e neanche sulla testimonianza “tarda” di Angelo Rossi (anche se non necessariamente “tarda” vuol dire infondata), bensì sull'analisi dei documenti… ancora e sempre dei documenti! Da essi risulta che Vania chiese il voto segreto e chi conosce la vita del PCI di quegli anni non può evitare di ammettere che si trattava di una vera e propria rivoluzione che interrogava e metteva in discussione il modo stesso di essere del partito, la sua vita democratica interna, la sua concezione generale della democrazia, e - ultimo ma non per importanza - il modo in cui si formavano i gruppi dirigenti provinciali e locali. Nel libro non vi è alcun riferimento a iniziative persecutorie o a purgatori, ma con grande semplicità e serenità mi limito a seguire il filo degli avvenimenti concreti così come gli atti d'archivio sembrano narrare. Essi raccontano di una segreteria Martella intensa, attiva, aperta, molto diversa per natura ed impostazione politica da quella di Gentile, ma purtroppo anche troppo breve. Il sen. Pistillo fa bene a dire che “Patruno non sa molto, da quanto ricavo dai suoi articoli, della reale situazione della Federazione” perché nel libro troverà molto di più e ciò che sinteticamente Pistillo accenna su Sudest, lì è trattato più diffusamente e viene spiegato in tutti gli aspetti internazionali, nazionali e locali che i documenti e le mie conoscenze storiche consentono. L'arrivo di Pistillo a Foggia non fu cosa semplice poiché mai come per questa fase si trovano documenti e verbali che evidenziano uno scontro politico così aperto in cui si confrontano due diverse visioni del partito, per cui quando il sen. Pistillo parla di “posizioni espresse non sempre con limpidezza” probabilmente si riferisce a cose che non stanno negli atti interni, perché questi sembrano attestare il contrario. Chi leggerà il libro potrà notare il rigore oggettivo e l'atteggiamento distaccato con il quale affronto argomenti che riguardano il gruppo dirigente provinciale, anche perché - ripeto - non è interesse dello storico “affogare… nelle falsificazioni”. Mi limito a segnalare che Vania fu allontanato dalla Segreteria provinciale e che, uno ad uno, quasi tutti i sostenitori di un modo diverso di concepire il partito scompaiono dagli atti ufficiali, senza andare a cercarne le cause per ciascuno di essi, che sono senz'altro importanti dal punto di vista delle vicende umane e personali, ma che esulano dal senso della ricerca specifica. Mi limito a segnalare una nota riservata alla Direzione, senza data e senza firma, ma databile nell'autunno del 1962, all'indomani del Congresso, in cui si accusava Vania, Rossi e Rocco Colangelo di “fare fronda” alla direzione provinciale, si faceva il processo alle intenzioni di Vania di “poter diventare segretario della Federazione”, si cercava di “amalgamare” Rossi e si diceva che “c'era da vedere cosa fare per Laurelli e Vania.” Data l'autorevolezza del tono, la delicatezza degli argomenti ed il destinatario della nota riservata, lo storico non può non attribuire - direttamente o indirettamente - tale nota proprio al segretario provinciale Pistillo, e non può non evidenziare la triste circostanza che gli errori del gruppo dirigente e le divisioni politiche non superate, fecero registrare, nel 1962, più o meno lo stesso numero di iscritti del terribile 1948. Poi, per fortuna, venne l'esperienza dell'Amministrazione Vania alla Provincia, breve ma molto significativa perché si inserì in un quadro regionale che vedeva Alfredo Reichlin segretario con il compito specifico di conquistare le città ed i ceti medi, vide uno sforzo collettivo del gruppo dirigente provinciale di adeguamento teorico e politico alla nuova fase meridionalista, regionalista ed antimonopolista, di cui naturalmente va dato merito a tutti ed in particolare al segretario Pistillo, al quale ora chiedo di pazientare ancora un po' fino alla pubblicazione del libro, dopo di che sarà un piacere ed un onore discutere serenamente, con lui e con altri, così come ho inteso fare in queste brevi note di riflessione. |
||||
|
I documenti attestano chiaramente che la prevalenza numerica del partito sull'organizzazione sindacale era limitata ad alcuni centri del Tavoliere, mentre il rapporto si invertiva per la provincia nel suo complesso: perché non si riuscì a guardare all'insieme della provincia, ma solo ad alcuni grossi centri? |
|||||
|
|
|||||
|
Quale storico potrebbe mai avvalorare l'idea di un Giuseppe Di Vittorio “sommerso dalla propaganda”? |
|||||
|
|
|||||
|
La relazione al X Congresso provinciale del PCI fu lunga, estenuante, priva di riflessione critica, fatta apposta per stroncare la discussione, fredda, supponente ed irriguardosa proprio nei confronti di Giuseppe Di Vittorio |
|||||
|
|
|||||