Ricordando Peppino Di Vittorio.
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Il 1956 e dintorni

di Angelo Rossi

Sudest, Numero 15, Giugno 2006

   
   
   
 
 

L'insistenza amichevole di Franco Mastroluca ha vinto la mia riluttanza a scrivere un capitoletto delle “mie memorie” e quindi a rendere - come dire? - un contributo per la storia del PCI in Capitanata, in particolare riguardo agli anni che vanno dal 1956 al 1962. Ho letto gli articoli di Pistillo e Patruno e non polemizzerò; soltanto mi scuso per queste mie “tarde” note. Non sono un “testimone” di professione, di quelli che si trovano nella piazza antistante il palazzo di giustizia, pronto a corroborare la difesa o l'accusa di qualche avvocato, a corto di argomenti e di documenti. Scrivo quando mi vien l'estro o qualche amico mi sollecita: la Prefazione al libro di Patruno non aveva alcuna pretesa, era solo un ricordo dell'amico Sabino.

Scrivo queste note sulla federazione di Foggia del PCI negli anni dal '56 al '62, perché potrò anche dire la mia, io che, in quegli anni, a Foggia c'ero.

Vi fu una dialettica di posizioni, un dibattito politico nella federazione di via Monte Grappa? Io rispondo di sì e dico che tracce di questo dibattito si debbono ricercare nei verbali del Comitato Federale di Foggia, che era la sede statutaria di discussione politica, nella corrispondenza della segreteria federale con la direzione del partito e nelle “testimonianze” dei compagni. Ho indicato una serie di fonti, dalle quali trarre elementi di informazione per una ricostruzione storica. Non conosco quanto Patruno scrive sulla storia della federazione di Foggia e quindi esprimerò la mia opinione indipendentemente da questo lavoro.

A mio avviso, l'anno 1956 ha un valore decisivo, “periodizzante”, nella ricerca storiografica da compiere: è l'anno della destalinizzazione, dell'invasione dell'Ungheria da parte delle forze sovietiche e dell'aggressione franco-inglese all'Egitto di Nasser. E' un anno pieno di storia che Ingrao definì, in un editoriale apparso su l'Unità, “indimenticabile”. La tempesta investì il partito che reagì positivamente con l'VIII Congresso: un congresso “costituente”, della “via italiana al socialismo”.

Non dobbiamo dimenticare che il dibattito che aveva preceduto il Congresso aveva impegnato non solo il PCI, ma anche il PSI, con il quale esisteva un patto d'unità d'azione; intensa era stata la partecipazione della cultura di sinistra. Ricordo che la rivista Nuovi Argomenti diretta da Alberto Moravia dedicò un suo numero a raccogliere le risposte di personalità della cultura e della politica ad un questionario sullo stalinismo; tra queste risposte vi è la celebre intervista di Togliatti. Sia l'Unità che Rinascita ospitarono gli interventi di iscritti e di simpatizzanti e le assemblee e le riunioni non si contarono, con una vivacità ed una partecipazione appassionata che non avevano precedenti nella vita dei partiti italiani.

La guida politica di Togliatti si affermò in una lotta politica aspra all'interno e all'esterno. I punti essenziali della sua proposta politica erano: la coesistenza pacifica indicata come terreno di confronto obbligato tra Oriente e Occidente, per evitare lo scontro nucleare e la fine della civiltà, il “policentrismo” come nuova realtà del movimento comunista internazionale e l'esaurimento del ruolo di partito-guida del PCUS, le vie nazionali al socialismo e per l'Italia e in generale, per i paesi occidentali, affermazione del valore della democrazia politica e delle istituzioni da questa derivanti (la democrazia rappresentativa, il parlamento, le assemblee elettive), l'indicazione delle riforme di struttura da realizzare attraverso un'azione convergente dal basso, la partecipazione e il movimento delle masse, e dall'alto, nel Parlamento. La revisione teorica del marxismo-leninismo molto forte: in adesione alla linea del XX Congresso del PCUS, quello della destalinizzazione, era negata la tesi classica del leninismo riguardante la inevitabilità della guerra, affermata in un testo canonico per il movimento comunista internazionale, L'imperialismo fase suprema del capitalismo di Lenin. Ma l'altra novità teorica era addirittura la messa in discussione di uno dei principi cardini del marxismo: la dittatura del proletariato, la conquista del potere per mezzo della rivoluzione proletaria. Infatti con l'affermazione della “via democratica al socialismo” e nel riconoscimento della democrazia politica, come terreno sul quale ci si intendeva muovere, si affermava che il partito si sarebbe attenuto al metodo democratico, nel rispetto della Costituzione, e avrebbe mirato al governo del paese con mezzi pacifici. Questa scelta fu anche chiamata “via parlamentare”, ma la definizione fu ritenuta limitativa rispetto al movimento delle masse che si intendeva suscitare. Era questa la nuova linea politica del PCI che raccoglieva il consenso della stragrande maggioranza degli iscritti. Rispetto a questa, la posizione sui “fatti d'Ungheria” rappresentava un carattere di necessità contingente che ci si augurava potesse essere superata da un processo di riforme democratiche nella stessa Unione Sovietica. Che esistessero limiti e soprattutto potenti condizionamenti alla realizzazione di questa politica e come influissero è questione che si è posta successivamente alla nostra attenzione e il suo esame non rientra nella discussione di cui ci occupiamo.

Ho un ricordo molto vivo dell'VIII Congresso, al quale partecipai come invitato, su proposta del carissimo “Gigino” Conte. Era la prima volta, a 23 anni, che andavo a Roma e non riuscii a visitarla, perché impegnato ad assistere ai lavori congressuali che si svolsero al Palazzo dei Congressi all'EUR. Ricevetti una grande impressione: ascoltavo i dirigenti comunisti, nomi famosi, Longo, Terracini, Amendola, Ingrao. C'erano i delegati dei partiti fratelli, la Furtseva del PCUS, poi il sindaco di Pechino per il partito cinese, che appose la sua firma ad una copia delle opere scelte di Mao Tse Tung che ancora conservo, ed altri ancora esponenti e delegati. L'VIII fu un Congresso vero, con i critici e gli oppositori. Ad esempio Antonio Giolitti, parlamentare, studioso di economia, “il nipote comunista” del grande statista liberale Giovanni Giolitti, che pronunciò, in modo pacato ma fermo, un intervento che mi colpì favorevolmente, sì che fui tra i pochi ad applaudire. Proprio in quei giorni usciva un suo saggio, pubblicato da Einaudi, con il titolo significativo Riforme o rivoluzione. Gli rispose dalla tribuna congressuale, Giorgio Napolitano, esponente della nuova generazione di “quadri” che Togliatti promuoveva per realizzare la politica della “via italiana”. E con Napolitano discussi, in seguito, in occasione di un viaggio a Bari, del libro di Giolitti e dell'altro, di Longo, Riforme e rivoluzione, pubblicato nella stessa collana Einaudi, in immediata e puntuale replica al Giolitti. Notevole mi sembrò anche l'intervento di Di Vittorio che ribadì il suo giudizio negativo sui “fatti d'Ungheria”, in un discorso volto al futuro, inteso a delineare il ruolo del sindacato unitario in una prospettiva di trasformazione della società italiana segnata dalla partecipazione delle classi lavoratrici. Poi Concetto Marchesi, il grande letterato e latinista, che parlò apertamente in difesa di Stalin, dicendo testualmente: «Tiberio, grande imperatore, ebbe come storico Tacito. A Stalin, meno fortunato, è toccato Nikita Krusciov». Riccardo Lombardi intervenne per il PSI e, riferendosi alle resistenze ed opposizioni che la politica di destalinizzazione incontrava, parlò ironicamente di «700 e uno milioni di… albanesi» con evidente riferimento alla posizione divergente dei comunisti cinesi.

Un altro episodio è presente nella mia memoria: la visita dei delegati foggiani non impegnati nelle commissioni congressuali ad una sezione del PCI di Roma e il successo che riscosse un nostro compagno, Del Negro, segretario della sezione di Trinitapoli, tra i comunisti di quella sezione e soprattutto tra le compagne. Alto, magro, la faccia onesta cotta dal sole, svolgeva in dialetto, gesticolando con le sue grandi mani, una lezione di economia e di politica: spiegò come attraverso una distribuzione cooperativa i prodotti della terra potessero passare dalla produzione al consumo, con grande vantaggio dei contadini produttori e dei cittadini consumatori, abbattendo le taglie imposte dalla intermediazione parassitaria e dai monopoli delle industrie alimentari. Occorreva ristabilire un rapporto “naturale”, così disse, fra la città e la campagna e per questo i contadini e i lavoratori della città dovevano lottare insieme.

Assistetti infine alle conclusioni di Togliatti e fui colpito dall'impegno e dalla passione che pervasero il suo discorso. Ricordo come, rispondendo a coloro che intendevano contrapporre il pensiero di Gramsci alla politica che il PCI aveva svolto, alzando il tono della voce, affermasse con veemenza: «Con Gramsci non si scherza». Il “vecchio” chiudeva vittoriosamente una lunga e difficile battaglia politica, condotta su due fronti, a destra e a sinistra, perché mentre respingeva l'attacco “revisionista” di Giolitti, Diaz ed altri, procedeva all'estromissione dell'ala “stalinista” dai posti-chiave dell'organizzazione del partito, innanzitutto di quello che era stato il potentissimo responsabile della sezione d'organizzazione e vice-segretario Pietro Secchia, ormai in disgrazia da quando il suo segretario Giulio Seniga aveva “scelto la libertà”, portando con sé la cassa del partito. Togliatti aveva vinto ed aveva portato a compimento il progetto che si può dire da tempo coltivava: trasformare il PCI da sezione del movimento comunista internazionale in grande partito nazionale che aveva il sostegno di grande parte delle classi lavoratrici italiane. Fu l'VIII Congresso il punto più alto che sia mai stato raggiunto dalla evoluzione di un partito comunista in Occidente e anche la soglia fin dove si era spinta l'elaborazione, talvolta compiuta in assoluta solitudine, di Togliatti, un uomo “venuto da lontano”, da classi lavoratrici e per tutto il popolo. Una scelta però che fissò un limite che non fu valicato per tutto l'arco di un intiero periodo storico: l'essere un partito democratico, partecipe dello sviluppo del paese, anzi protagonista positivo di questo e al tempo stesso essere escluso dal governo, non poter essere, nonostante la propria forza, valida alternativa. Nella testa di questa generazione c'era un 'idea: che prima o poi si sarebbe aperto un processo di riforme democratiche in Unione Sovietica che avrebbe portato ad un incontro tra quella realtà ed il progredente movimento democratico e socialista in Europa occidentale, nel quale erano presenti i partiti comunisti, ed in modo particolare il PCI. Quando Enrico Berlinguer prese atto della irriformabilità del sistema sovietico era troppo tardi. Il PCI capì che l'Unione Sovietica era finita, soltanto quando il processo si era compiuto e allora anch'esso finì.

Ma queste sono considerazioni col “senno di poi”. Allora l'VIII Congresso ci parve “grande politica” e lo era. Specialmente tra i giovani militanti, questa politica suscitò una forte corrente di adesione convinta e di partecipazione alla vita del partito. Ricordo che qualche mese dopo l'VIII Congresso, nel '57, si tenne il Congresso provinciale della Federazione Giovanile Comunista, che fu presieduto da un compagno inviato dalla direzione nazionale del partito, un giovane deputato napoletano, pacato e colto ragionatore, dal tratto garbato e signorile: appunto Giorgio Napolitano. Intervenni a quel Congresso e richiamandomi a Gramsci parlai della necessità di conquistare l'adesione dei giovani intellettuali e dell'importanza che questa assumeva nella costruzione di un nuovo blocco storico contrassegnato dall' egemonia del proletariato. Il mio intervento fu da lui accolto favorevolmente, sì che nelle conclusioni si espresse su di esso positivamente. Entrai negli organi dirigenti della FGCI, con Piero Carmeno segretario, che subentrava ad Antonio Berardi di San Severo, e fui tra i componenti della delegazione della FGCI nel comitato federale del partito.

Il congresso della Federazione Giovanile era importante perché doveva segnare il passaggio dalla “FGCI dei biliardini” ad un'altra, più fortemente impegnata per quel che riguardava l'educazione politica e soprattutto la partecipazione “autonoma” dei giovani all'attività del partito; doveva cioè rispondere ai compiti nuovi ai quali veniva chiamata dall'VIII Congresso.

Siamo quindi al tema centrale, anche se non esplicitato con la dovuta chiarezza: era il partito foggiano adeguato ad uno svolgimento efficace della nuova politica dell'VIII? Il problema non era quello di proclamare l'accettazione della nuova linea, era invece quello di applicarla nelle condizioni di una grande provincia agricola, nel cuore del Mezzogiorno. Alcuni compagni ritenevano che il partito non fosse pronto, non fosse adeguato; e che le resistenze soprattutto venissero dall'interno del gruppo dirigente della Federazione. Pistillo dice che non è così, che lui ha trovato poca roba nella cartella della Federazione di Foggia, che la federazione era sulla linea del partito. Invece dico che il dibattito negli organismi dirigenti, il confronto anche aspro tra coloro che dirigono un'organizzazione o che semplicemente vi partecipano non possono essere documentati in modo notarile. La capacità dell'interprete deve essere appunto quella di risalire dal documento e dalla “testimonianza” al momento storico, all'azione che si vuole intendere e ricostruire. C'è ancora da lavorare in questo senso e sarebbe bene che si raccogliessero anche le “testimonianze” dei compagni prima che il tempo se le porti via definitivamente.

Le critiche del “gruppo” (Vania, Giacinto Di Leo, Rocco Colangelo ed io, cui si aggiunse più tardi il più giovane Aurelio Montingelli) riguardavano la chiusura del partito, lo scarso impegno sulle questioni riguardanti la città, l'incomprensione circa i problemi dei ceti medi, la marginalizzazione della discussione culturale e più in generale l'incapacità di “fare politica” sui problemi nel rapporto con le altre forze politiche.

Sollecitavamo una riflessione seria sulla situazione economico-sociale e sui cambiamenti che erano avvenuti nella struttura dell'economia provinciale, ritenevamo che il partito dovesse uscire dalla propaganda e dall'attivismo organizzativo per affrontare finalmente la sfida con le altre forze sul terreno delle riforme. Ci interessava l'evoluzione del mondo cattolico, che stava uscendo dalla corazza che gli aveva imposto per venti anni il pontificato di Papa Pacelli. Si legava a tutto questo una esigenza urgente: rompere gli schemi, discutere dei cambiamenti che erano avvenuti nel movimento comunista internazionale, in URSS. Volevamo capire l'originale esperienza cinese con il “movimento dei cento fiori”, e lo sviluppo della rivoluzione anticoloniale che già aveva imposto l'ammirazione per il popolo vietnamita, dopo la storica vittoria di Dien Bien Phu contro la dominazione francese. C'è da stupirsi se tra noi vi fosse qualcuno che dubitasse dell'opportunità dell'intervento delle forze sovietiche in Ungheria, che condividesse la posizione di Di Vittorio e non fosse del tutto convinto delle ragioni presentate da Togliatti e fatte proprie dalla direzione del partito? Si discuteva a Foggia, come si discuteva in tutto il paese e non vedo come di questo grande movimento di idee, di passioni che interessava una massa enorme di compagni e tutto il popolo della sinistra si debba chiedere se c'erano verbali. Non c'erano verbali o quando c'erano, solo in misura limitata potevano dare elementi sufficienti per capire ciò che ferveva nella discussione tra i comunisti italiani e la sinistra intiera. Ad esempio, per le riunioni di comitato federale non si usavano registratori e tutto veniva affidato alla pazienza di chi stilava il verbale, che poi fu per molto tempo Mario Di Gioia, di Lucera, vicesegretario provinciale, dirigente apprezzato per l'impegno e l'esperienza. Quanti di questi verbali, decine e decine di fogli dattiloscritti con cura meticolosa, venivano inviati a Roma, per informare la Direzione! Io, per mio conto, non li ho mai letti e non ho mai pensato di controllare quanto rispondente fosse la verbalizzazione a quanto era stato detto nel comitato federale; avevo fiducia e non pensavo che quei verbali potessero diventare documenti storici. Intanto, dopo il 1956, prendeva l'avvio in Italia il “miracolo economico” e il Paese cambiava, sotto l'impulso di uno sviluppo senza precedenti il suo carattere: da agricolo industriale diventava industriale agricolo. Nel Nord, nel “triangolo industriale” si sviluppava l'industrializzazione, a ritmi sostenuti, e con essa l'urbanizzazione. La conseguenza fu immediata: partirono dal Sud verso il Nord e la Germania centinaia di migliaia, qualche milione, di meridionali. La composizione demografica del Mezzogiorno fu sconvolta: la forza-lavoro subì un salasso incredibile per l'emorragia che l'emigrazione provocò. Una delle province più colpite fu quella di Foggia: nel giro di due- tre anni interi paesi si svuotarono, e con il censimento del 1961 potemmo considerare le prime cifre di questo fenomeno: per la prima volta, nella storia dello Stato unitario, la popolazione della Capitanata era diminuita, mentre, in controtendenza, gli abitanti del capoluogo erano aumentati.

Si capisce che il partito subisse i contraccolpi di questo sconvolgimento. Su tutti i piani: politico, organizzativo ed elettorale. Devo dire che per quel che riguarda le elezioni politiche, non si avvertirono conseguenze negative, perché moltissimi lavoratori che erano emigrati, avevano conservato la residenza e tornavano a votare. Ricordo l'entusiasmo, l'emozione che ci prendeva, quando andavamo a salutare alla stazione i compagni, i “fratelli” che tornavano dal Nord, nei lunghi treni, per votare Partito Comunista: si affacciavano ai finestrini, salutavano col pugno chiuso e cantavano “Bandiera rossa”. I nostri lavoratori facevano le loro esperienze nelle fabbriche di Torino, di Milano e maturavano una forza e una dignità che dava alle lotte vigore e speranza: era una rivoluzione culturale che avveniva.

Ancora nel 1958, i risultati delle elezioni politiche, per quanto avvenissero a ridosso dei “fatti d'Ungheria” confermarono la forza del PCI, ed anche nella provincia di Foggia non vi furono sensibili variazioni che riguardassero l'influenza elettorale del Partito.

Invece ripercussioni si ebbero nei rapporti con i socialisti, nelle amministrazioni comunali, nel sindacato, nell'organizzazione del partito e soprattutto tutta la prospettiva di lavoro del partito cambiò. Infatti dopo “i fatti d'Ungheria”, nel congresso del PSI, svoltosi a Venezia nel 1957, prevalsero gli “autonomisti” guidati da Nenni e il rapporto privilegiato stabilito con il PSI, attraverso il patto di unità d'azione venne meno: i socialisti iniziarono la marcia di avvicinamento al governo del paese che si sarebbe conclusa nel '63, con la formazione del centro-sinistra, fondato sull'alleanza tra DC e PSI e l'esclusione dei comunisti. Intanto nei comuni già in quegli anni i socialisti incominciarono a praticare la “governabilità”, cioè a partecipare alla formazione delle giunte, con la DC o con il PCI, a seconda che in questa o quella situazione locale prevalesse l'uno o l'altro partito. La funzione determinante del PSI era appunto nell'assicurare la formazione delle amministrazioni. Ma non bisogna pensare ad un'operazione trasformistica, perché questa politica si svolse tra non poche difficoltà e ostacoli che sorsero soprattutto all'interno della DC, per l'opposizione di fortissimi interessi e di una notevole parte dello stesso partito democristiano all'”apertura a sinistra”. Era proprio nella città, dove il PCI era più debole, che si incominciava ad avvertire che il gioco politico era uscito dalla contrapposizione frontale, dalla rigidità degli anni precedenti, e si svolgeva più liberamente e, diciamolo pure, più civilmente. Il tempo dell'amministrazione della destra monarchica e missina al comune di Foggia era caduto e dell'indebolimento della destra si avvantaggiava la DC che si affermava anche nelle elezioni comunali come il partito di gran lunga più forte nella città, con la formazione della giunta De Miro. Il PCI invece perse il comune di San Severo, storica “cittadella rossa” e all'interno dell'organizzazione comunista di San Severo si sviluppò per anni un contrasto che trovò la sua conclusione solo nel 1962, in una “nottata” della Commissione elettorale del XI Congresso, con la partecipazione di Romagnoli e Reichlin per la direzione del partito.

Il cambiamento si fece sentire fortemente nel rapporto con il bracciantato, dove il partito aveva la base della sua organizzazione di massa. Innanzitutto scemò di colpo la pressione che, negli anni precedenti, si sviluppava per il lavoro. Negli anni precedenti il “miracolo economico” nonostante le riforme dei governi De Gasperi, la pressione per il lavoro era stata fortissima ed essa aveva alimentato le lotte, che trovavano il loro sostegno politico nell'unità dei partiti di sinistra. Ora non è che fosse cessata, ma certo si era fortemente allentata: dalla Germania e dal Nord incominciavano a pervenire le rimesse degli emigranti e le famiglie, purtroppo divise, potevano iniziare a respirare.

L'altra ripercussione si aveva sul piano organizzativo: il partito comunista si avvaleva dell'impegno politico degli “attivisti” nei comuni che garantiva la continuità del lavoro politico delle organizzazioni e costituivano il nerbo di una forza disciplinata e attiva socialmente e politicamente. Ma questi “attivisti” e i dirigenti sezionali del partito erano lavoratori nel pieno delle loro capacità lavorative, che svolgevano un lavoro del tutto volontario nell'organizzazione di partito e costituivano anche il naturale collegamento tra la base sociale del partito e la struttura organizzativa. Quando, per necessità, la gran parte di questi lavoratori giovani e adulti emigrò, il partito si trovò privato del loro insostituibile apporto. Ma la grande emigrazione tra la fine degli anni Cinquanta e gli inizi degli anni Sessanta fu un processo che, per quanto rapido, impiegò del tempo per divenire tanto evidente da imporsi alla coscienza dei dirigenti, i quali non si resero conto immediatamente delle dimensioni del fenomeno che stava mettendo fine alla “questione bracciantile”. Ostacolava questa presa di coscienza anche il forte senso di classe che animava i “quadri” e gli “attivisti” comunisti, i quali sentivano il partito comunista come il loro partito, il partito dei braccianti e non riuscivano a pensare che la trasformazione in atto stava cambiando la composizione demografica, tanto che la massa di braccianti e di contadini poveri che affollava il Tavoliere non c'era più e si era venuta equilibrando la popolazione attiva nella provincia, con un aumento limitato degli addetti all'industria, ma un altro, più consistente, degli addetti ai servizi, alla Pubblica Amministrazione, al “terziario”. Anche la figura stessa del bracciante era cambiata in seguito all'innovazione e alla meccanizzazione in agricoltura. Si stava affermando un nuovo tipo di operaio agricolo, specializzato, i cui problemi erano radicalmente diversi da quelli che travagliavano i “faticatori” del passato anche recente. Quando uscì, ai principi degli anni Sessanta, un saggio di una giovane studiosa foggiana, Rita Di Leo, poi divenuta docente universitaria, che analizzava il cambiamento in atto nel Tavoliere, ma che recava il titolo I braccianti non servono, la reazione fu molto forte. La pubblicazione fu considerata come rivolta contro il partito e la conclusione del libro che era di carattere economico e sociale fu considerata come un inaccettabile giudizio antropologico. Intanto nel partito erano avvenuti dei mutamenti: agli inizi del '57 il gruppo dirigente operò la sostituzione di Savino Gentile. Da tempo se ne parlava ed un segnale forte era venuto dallo stesso VIII Congresso, quando nel CC era stato eletto, per la provincia di Foggia, Paolo Martella e non il segretario in carica. Proprio Paolo Martella, di Apricena, insegnante, dirigente con una lunga esperienza sindacale, fu eletto segretario federale, mentre Gentile diveniva presidente dell'Amministrazione provinciale. Un'operazione di vertice, alla quale era sotteso un giudizio negativo sulla direzione del Gentile, giudizio del quale costui era ben consapevole tanto che, a conclusione del suo mandato di presidente della provincia, si allontanò definitivamente dal partito, iniziando un'attività commerciale come concessionario della Lancia.

 

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La nuova linea politica del PCI della “via democratica al socialismo” raccoglieva il consenso della stragrande maggioranza degli iscritti; la posizione sui “fatti d'Ungheria” rappresentava un carattere di necessità contingente che ci si augurava potesse essere superata da un processo di riforme democratiche nella stessa Unione Sovietica

   

 

   

Partecipai all'VIII Congresso come invitato, su proposta del carissimo “Gigino” Conte. Ricordo la visita dei delegati foggiani ad una sezione del PCI di Roma e il successo che riscosse un nostro compagno, Del Negro, segretario della sezione di Trinitapoli: spiegò come attraverso una distribuzione cooperativa i prodotti della terra potessero passare dalla produzione al consumo, con grande vantaggio dei contadini produttori e dei cittadini consumatori, abbattendo le taglie imposte dalla intermediazione

   

 

   

Fu l'VIII Congresso il punto più alto che sia mai stato raggiunto dalla evoluzione di un partito comunista in Occidente e anche la soglia fin dove si era spinta l'elaborazione, talvolta compiuta in assoluta solitudine, di Togliatti

   

 

   

Era il partito foggiano adeguato ad uno svolgimento efficace della nuova politica dell'VIII? Il problema non era quello di proclamare l'accettazione della nuova linea, era invece quello di applicarla nelle condizioni di una grande provincia agricola, nel cuore del Mezzogiorno

   

 

   

Dopo il 1956, prendeva l'avvio in Italia il “miracolo economico” e il Paese cambiava: partirono dal Sud verso il Nord e la Germania centinaia di migliaia, qualche milione, di meridionali. La composizione demografica del Mezzogiorno fu sconvolta. Una delle province più colpite fu quella di Foggia: nel giro di due-tre anni interi paesi si svuotarono

   

 

   

La grande emigrazione tra la fine degli anni Cinquanta e gli inizi degli anni Sessanta fu un processo che, per quanto rapido, impiegò del tempo per divenire tanto evidente da imporsi alla coscienza dei dirigenti, i quali non si resero conto immediatamente delle dimensioni del fenomeno che stava mettendo fine alla “questione bracciantile”