Ricordando Peppino Di Vittorio.
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Giuseppe Di Vittorio,
i fatti di Ungheria
e la via italiana al socialismo
in un discorso a Foggia
del novembre 1956

di Michele Galante

Sudest, Numero 18, Novembre 2006

   
   
   
 
 
 
     

Il 1956 è stato un anno cruciale per la storia del mondo e del movimento comunista. Cominciato con il rapporto segreto di Nikita Kruscev al XX congresso del Partito comunista dell'Unione Sovietica incentrato sulla destalinizzazione, ad esso seguirono le rivolte operaie prima in Polonia, a Poznan, e successivamente in Ungheria, dove si sviluppò una vera e propria rivoluzione nazionale e democratica, che si connotò come la prima rivolta contro l'impero sovietico. L'anno si concluse con la celebrazione dell'VIII congresso del PCI, che sancì l'affermazione della “via italiana al socialismo”.

Quell'anno fu contrassegnato anche dall'attacco anglo-francese contro l'Egitto di Nasser che aveva nazionalizzato il canale di Suez e che segnò l'accelerazione della fine del colonialismo europeo. Per questa serie di avvenimenti densi viene ricordato come “l'indimenticabile 1956” o come “il terribile 1956”.

Le vicende ungheresi, oltre che per i riflessi enormi che ebbero nell'ambito del movimento comunista internazionale, vengono ricordate anche per la divaricazione nel giudizio politico che si manifestò nella sinistra italiana tra comunisti e socialisti ed anche per il forte contrasto politico che si registrò nell'ambito del PCI tra il segretario nazionale Palmiro Togliatti e il capo della CGIL, Giuseppe Di Vittorio. Come è noto, nel 1956, Di Vittorio assunse insieme a tutta la segreteria della CGIL una posizione di condanna, chiara e coraggiosa, dell'intervento sovietico, ribadendo che «il progresso sociale e la costruzione di una società nella quale il lavoro sia liberato dallo sfruttamento capitalistico , sono possibili soltanto con il consenso e la partecipazione attiva della classe operaia e delle masse popolari, garanzia della più ampia affermazione dei diritti di libertà, di democrazia e di indipendenza nazionale» differenziandosi in modo netto da Togliatti e dal resto del gruppo dirigente comunista. Per questo suo giudizio fu fatto oggetto di pesanti attacchi da parte di Togliatti e del gruppo dirigente del PCI fino all'insinuazione personale[1].

La sua posizione si rivelò assolutamente minoritaria all'interno del PCI, che scelse l'esercito sovietico contro i lavoratori. Come è noto, il dissenso rispetto alla posizione assunta da Togliatti toccò essenzialmente alcune fasce di intellettuali con un ampio dibattito sviluppatosi sul “Contemporaneo” e ristretti gruppi dirigenti di alcune grandi federazioni (Roma e Torino in particolare).

Tra la condanna espressa dalla CGIL il 27 ottobre 1956 e il discorso che tenne all'assise congressuale del PCI svoltasi a Roma dall'8 al 14 dicembre, il leader sindacale di Cerignola intervenne più di una volta sui tragici fatti di Budapest soffocata nel sangue dai carri armati sovietici.

Una delle occasioni pubbliche in cui Di Vittorio ebbe l'opportunità di esprimere le proprie valutazioni fu la tribuna del X congresso della Federazione provinciale del PCI di Capitanata che si svolse a Foggia dal 25 al 27 novembre 1956 in preparazione dell'VIII congresso nazionale.

Dell'intervento tenuto da Di Vittorio si è fatto cenno anche in alcuni interventi ricostruiti sul filo della memoria e apparsi su questa stessa rivista[2]. Ora la ricostruzione integrale del discorso di Di Vittorio ci consente non solo di dissipare ogni dubbio su un presunto dissenso rispetto alla linea di Togliatti che si sarebbe manifestato in sede locale, laddove Di Vittorio rileva con grande nettezza che «il congresso è stato unanime nell'approvare la posizione del Partito», ma ci aiuta anche a capire meglio il travaglio politico vissuto dal leader sindacale dopo il comunicato emesso dalla CGIL il mese prima.

Nel discorso di Di Vittorio vi sono alcuni elementi, sia di carattere nazionale che locale, che emergono in modo prepotente.

Il primo riguarda, per il significato che assumeva in quel particolare contesto, il giudizio sui fatti di Ungheria, oggetto di una profonda revisione critica e storica da parte della stragrande maggioranza dei dirigenti dell'allora PCI. Una revisione cominciata con una certa prudenza da Natta nel 1986 e resa successivamente più esplicita e netta da parte di tutti, da Pietro Ingrao al presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, che ha condannato senza equivoci nelle scorse settimane l'intervento repressivo portato avanti dall'Unione Sovietica. Nel suo discorso tenuto di fronte ad una platea di dirigenti e di militanti che avevano condiviso senza alcuna riserva la posizione della Direzione nazionale del Partito, a cominciare dal segretario uscente Savino Gentile, Di Vittorio tenne sull'argomento un profilo molto cauto, che non significò un'abiura o una autosconfessione delle posizioni assunte un mese prima.

Le ragioni di questa prudenza furono diverse.

Da una parte agiva in lui una preoccupazione forte per l'unità sia del sindacato che del suo partito. Il tema dell'unità, infatti, era per Di Vittorio un assillo continuo, perché vedeva in essa la forza del movimento e un bisogno imprenscindibile e insopprimibile dei lavoratori.

Dall'altra, l'attacco esterno condotto dalle forze conservatrici e reazionarie nei confronti del PCI, che si esprimeva anche con assalti alle sedi e ai dirigenti, e la nuova situazione internazionale che si veniva appalesando con l'aggressione all'Egitto che aveva nazionalizzato il canale di Suez da parte delle forze anglo-francesi, non poterono che spingere Di Vittorio a chiamare a raccolta il Partito, i suoi iscritti, i suoi elettori per respingere gli attacchi politici che venivano condotti senza esclusione di colpi, con il fine di delegittimare e indebolire il partito comunista.

Il leader della CGIL cedette qualcosa al giudizio che la maggioranza del Partito aveva espresso, sia sul pericolo controrivoluzionario sia sulle manovre condotte dall'esterno contro il campo socialista, ma non indietreggiò sulle questioni politiche più rilevanti e sui guasti che si venivano manifestando sia in Polonia che in Ungheria. L'argomento sviluppato da Di Vittorio si soffermava sui gravi limiti di direzione che si erano verificati, sui danni e sulle degenerazioni che erano stati introdotti e che non riguardavano solo l'URSS di Stalin, ma anche gli altri paesi a democrazia popolare con i processi di burocratizzazione e di ossificazione degli organismi operai.

Egli, infatti, sottolineò i «gravissimi errori nella direzione politica e nella economia» commessi dalla dirigenza ungherese – e prima ancora da quella polacca per i fatti di Poznan – con la violazione della legalità socialista e con il distacco dalla classe operaia e dalle masse popolari. Socialismo, libertà e democrazia erano per lui un trinomio inscindibile. Di Vittorio non pensava ovviamente ad una rottura con l'URSS e scommetteva sulla riformabilità del sistema sovietico e delle democrazie popolari, capace di liberare energie politiche, intellettuali e culturali. Scommetteva, insomma, su un sistema nel quale la democrazia non poteva essere sacrificata ad un principio di autorità e doveva innervare l'intera società.

«Il nostro impegno deve essere quello di una democratizzazione dei poteri popolari e di tutte le organizzazioni democratiche e proletarie per evitare la burocratizzazione e i distacchi così profondi tra i dirigenti e la base». Il socialismo, insomma, non poteva essere un regime totalitario.

 

Si è scritto da parte di taluni che la posizione assunta da Di Vittorio fosse una posizione meramente sentimentale perché – come una volta affermò – «gli operai hanno sempre ragione» o che essa fosse dettata dalla preoccupazione di mantenere l'unità della CGIL e di non divaricare ulteriormente la sinistra italiana. Certamente questi elementi erano presenti, ma il giudizio maturato dal leader della CGIL era il frutto di una riflessione più ampia che riguardava i caratteri di una società socialista, che non può che fondarsi sull'autodeterminazione di ogni paese («resta fermo il nostro principio che l'avvento del socialismo non può avvenire che per volontà dei lavoratori e del popolo in date condizioni storiche e politiche e non con l'intervento di un esercito straniero»), sulla libertà piena del popolo, sulla presenza di un sindacato autonomo dal potere politico, anche rispetto al potere socialista. Sono in fondo i temi della libertà e della democrazia nel socialismo, già prospettati nella Carta dei diritti sindacali presentati a Vienna al congresso della Federazione Sindacale Mondiale nel 1953 e che sarebbero tornati nel 1968 con la primavera di Praga e l'invasione sovietica.

 

Una parte rilevante del discorso di Di Vittorio investì i caratteri della “via italiana al socialismo”, che qui non è possibile richiamare tutti. Voglio invece soffermarmi essenzialmente sul ruolo del sindacato.

Il segretario generale della CGIL sviluppò in modo approfondito la questione relativa all'autonomia del movimento sindacale che deve essere sempre perseguita rispetto ai governi, ai padroni e anche ai partiti.

Non era un fatto di poco conto. Di Vittorio, infatti, come farà successivamente al congresso di Roma, riaffermerà con forza il superamento del sindacato come cinghia di trasmissione dei partiti, ne rivendicherà l'autonomia politica e la non subalternità al partito, la sua soggettività politica, concorrendo a definire una delle acquisizioni più importanti che avrà benefici effetti nel ricucire lo strappo consumatosi nel 1948 e che servirà a dare una linfa nuova all'intero movimento sindacale.

Così infatti si espresse: «Occorre rispettare l'autonomia delle organizzazioni di massa della classe operaia e di tutti i ceti del popolo, liquidando l'idea dei sindacati come “cinghia di trasmissione” dei partiti. Un'idea sorpassata che ostacola oggi il raggiungimento dell'unità di tutti i sindacati». Un ulteriore elemento di rilievo del discorso foggiano è l'orgogliosa rivendicazione del ruolo e della funzione storica esercitata a livello nazionale e locale sia dal Partito comunista che dal sindacato nel promuovere l'emancipazione dei lavoratori, dando loro dignità e coscienza dei propri diritti e della propria forza politica ed elevandoli a forza dirigente.

Infine, sia pure con grande garbo ma con non minore convinzione, nell'ambito del ragionamento riguardante il profilo del partito, Di Vittorio pose con forza l'esigenza imperiosa di superare tutti quegli elementi di settarismo, di massimalismo e di chiusura che potevano frenare le capacità espansive e l'influenza politica ed elettorale verso i ceti medi produttivi (in primis i coltivatori diretti), le forze intellettuali e i dipendenti del pubblico impiego, le grandi masse giovanili e femminili, considerate tutte le forze motrici della rivoluzione italiana, rendendo più chiaro il collegamento tra riforme strutturali e sviluppo generale del paese.

Era un problema generale che si poneva anche per una forza consistente e radicata qual era il PCI di Capitanata, che oltre ad avere circa trentamila iscritti, con quasi il 32% dei consensi raccolti alle elezioni politiche del 1953 rappresentava uno dei maggiori punti di forza non soltanto del Mezzogiorno, ma di tutta Italia.

Tutti questi elementi dimostrano che Di Vittorio, pur risultando nella vicenda ungherese in netta minoranza all'interno del PCI, ha avuto il merito di aver indicato una via, di aver aperto una prospettiva critica a tutta la sinistra che darà frutti negli anni successivi


[1] F. Argentieri, La rivoluzione calunniata, Introduzione di G. Boselli. Roma, “L'Unità”, 1996. Per la ricostruzione del rapporto di Di Vittorio con la tragedia ungherese è utile consultare M. Pistillo, Giuseppe Di Vittorio (1944-1957), pp. 299-341, Roma, Editori Riuniti, 1977, e i due saggi dello stesso autore apparsi su “Critica Marxista”, nn. 2 e 3-4 del 2006 (Di Vittorio e il 1956). Di grande interesse sullo stesso argomento è il volume di A.Guerra e B.Trentin, Di Vittorio e l' ombra di Stalin. L'Ungheria, il PCI e l'autonomia del sindacato, Roma, Ediesse, 1997, nonché il recente convegno su “Di Vittorio e i fatti di Ungheria” promosso dalla Fondazione “Di Vittorio” e tenutosi a Roma il 12 ottobre 2006, del quale è possibile leggere il resoconto ne “L'Unità”, 13 ottobre 2006

[2] Cfr. M. Patruno, Giuseppe Di Vittorio e il X Congresso provinciale del PCI di Capitanata, in “Sudest”, n.3, gennaio 2005; M. Pistillo, Per una storia dei comunisti di Capitanata, in “Sudest”, n.12, gennaio-febbraio 2006; A. Rossi, Il 1956 e dintorni, in “Sudest”, n.15, giugno 2006.

 

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La ricostruzione integrale del discorso di Di Vittorio ci consente non solo di dissipare ogni dubbio su un presunto dissenso rispetto alla linea di Togliatti che si sarebbe manifestato in sede locale, ma ci aiuta anche a capire meglio il travaglio politico vissuto dal leader sindacale dopo il comunicato emesso dalla CGIL il mese prima

   

 

   

Il tema dell'unità, infatti, era per Di Vittorio un assillo continuo, perché vedeva in essa la forza del movimento e un bisogno imprenscindibile e insopprimibile dei lavoratori

   

 

   

Di Vittorio non pensava ad una rottura con l'URSS e scommetteva sulla riformabilità del sistema sovietico e delle democrazie popolari, capaci di liberare energie politiche, intellettuali e culturali, scommetteva, insomma, su un sistema nel quale la democrazia non poteva essere sacrificata ad un principio di autorità e doveva innervare l'intera società

   

 

   

Il segretario generale della CGIL sviluppò in modo approfondito la questione relativa all'autonomia del movimento sindacale che deve essere sempre perseguita rispetto ai governi, ai padroni e anche ai partiti. Non era un fatto di poco conto