Ricordando Peppino Di Vittorio.
A 50 anni dalla morte:
tutti i saggi pubblicati su S
UDEST

   
   
   

Il drammatico ’56:
la difficile battaglia
di Giuseppe Di Vittorio

di Angelo Rossi

Sudest, Numero 19, Dicembre 2006

   
   
   
 
 
 

Ricorre quest’anno il 50° anniversario della scomparsa di Giuseppe Di Vittorio e in quest’occasione si svolgeranno certamente iniziative di studi e di discussione sulla sua azione e sul suo pensiero. A questo proposito, un rilevante contributo è venuto dalla pubblicazione su Sudest del discorso tenuto il 27 novembre da Di Vittorio al X Congresso della Federazione di Foggia del PCI[1]. È un ulteriore tassello che ci permette di focalizzare meglio l’aspetto, a mio parere, più significativo dell’impegno del grande sindacalista: la lotta per l’unità e l’autonomia del sindacato. Una lotta che raggiunse il massimo di intensità e credo anche di travaglio interiore in Di Vittorio, in quei tempestosi giorni del 1956, in coincidenza dei fatti d’Ungheria e dell’VIII Congresso del PCI. Il documento deve essere esaminato in un contesto in cui analisi filologica e ricostruzione storica ci consentano di cogliere tutto lo spessore del contributo dato da Di Vittorio, non solo alla causa delle classi lavoratrici, ma alla democrazia italiana. In quei giorni dall’ottobre al dicembre 1956, mentre da un lato si svolgono l’insurrezione ungherese e l’intervento repressivo sovietico, e dall’altro l’attacco franco-britannico-israeliano all’Egitto, numerose sono le occasioni in cui Di Vittorio esprime il suo pensiero e la vicenda è ancora oggi oggetto di opinioni e di giudizi diversi. Non intendo riprendere, nello spazio di un articolo, tutta la vasta documentazione riguardante l’impegno della CGIL in quei mesi e mi limiterò a stabilire un collegamento tra alcuni documenti scritti da Di Vittorio e il momento storico in cui si collocarono.
Dico subito che non mi convince un’angolazione dello studio di Di Vittorio come contraddittore di Palmiro Togliatti, a questi alternativo per la direzione del PCI, “un Gomulka italiano”, come, a quanto pare, si paventò nello stesso gruppo dirigente del PCI. Ma Di Vittorio non riteneva che vi fosse alternativa alla direzione di Togliatti e sempre recisamente affermò essere “assurdo” contrapporlo al Segretario del partito.
Insistere in questa direzione porterebbe a sottolineare un contrasto che vi fu certamente, ed acutissimo, ma a non cogliere il senso che il dirigente sindacale intese dare alla sua battaglia nel partito. Nell’autunno del ‘56 fu subito evidente che non solo il comunicato della CGIL del 26 ottobre[2], ma anche la dichiarazione di Di Vittorio all’indomani dell’intervento sovietico erano apertamente in contrasto con l’interpretazione e il giudizio della Direzione del PCI e quindi sarebbe stata inevitabile, nella logica dei rapporti esistenti in un partito comunista, la sconfessione di Di Vittorio o una sua autocritica tanto scoperta quanto umiliante da non permettergli di assolvere con la necessaria credibilità al ruolo di Segretario generale della CGIL. Per il comunicato, determinante era stata l’iniziativa di sindacalisti socialisti come Piero Boni, Giacomo Brodolini e Oreste Lizzadri, ma Di Vittorio non si era tirato indietro, anzi aveva voluto, con la dichiarazione, rimarcare che la posizione della CGIL rispecchiava quanto egli pensava sulla tragedia ungherese. C’era materia per discutere nella Direzione del PCI riunita il 30 ottobre. Lo scontro fu aspro e Di Vittorio fu messo in stato d’accusa. Ma Di Vittorio non era un intellettuale fra i “101” che avevano firmato la lettera di protesta contro l’intervento sovietico, e nemmeno un parlamentare autorevole come Antonio Giolitti; Di Vittorio era un’altra cosa, era il simbolo vivente della lotta delle classi lavoratrici italiane, un valore cioè che non apparteneva specificamente ad alcun partito, ma che trascendeva le appartenenze politiche del mondo del lavoro, pur attraversandole tutte. Egli affermò come giusta la scelta della CGIL di schierarsi a favore dei lavoratori ungheresi e concluse che «dovunque c’erano degli operai in lotta, egli istintivamente si schierava dalla loro parte»[3]. Non vi fu quindi alcuna autocritica, né manifestazione di voler declinare le proprie responsabilità. Togliatti, a conclusione del dibattito, in cui gli interventi furono tutti molto critici nei riguardi del dirigente sindacale, affermò che «la risposta di Di Vittorio non è stata quella necessaria». In quella stessa giornata del 30 ottobre il Segretario del PCI aveva inviato una lettera alla segreteria del Comitato Centrale del PCUS e la informava che in seguito agli avvenimenti ungheresi nel PCI si presentavano due posizioni opposte. Togliatti così esponeva la situazione ai dirigenti sovietici: «...Vi sono gruppi che accusano la direzione del nostro partito di non aver preso posizione in difesa dell’insurrezione di Budapest e che affermano che l’insurrezione era pienamente da appoggiare e che era giustamente motivata. Questi gruppi esigono che l’intera direzione del nostro partito sia sostituita e ritengono che Di Vittorio dovrebbe diventare il nuovo leader del partito. Essi si basano su una dichiarazione di Di Vittorio che non corrispondeva alla linea del partito e che non era stata da noi approvata»[4]. Nei riguardi Di Vittorio viene assunta una singolare iniziativa: Giorgio Amendola e Giancarlo Pajetta vanno da Di Vittorio in “missione esplorativa”. Nessuno dei tre partecipanti all’incontro ha mai raccontato in quali termini si svolse il colloquio, ma certamente lo scontro fu durissimo, e Di Vittorio ne uscì molto provato. Dunque non era bastata la riunione della direzione, né la “missione” di Amendola e Pajetta a far indietreggiare Di Vittorio. Qui è necessario un tentativo di interpretazione che non può fondarsi su documenti o testimonianze, ma solo per via analogico-deduttiva in riferimento a successivi interventi dello stesso Di Vittorio e ai documenti del Congresso Nazionale del PCI. Il punctum crucis della questione era stato già ben individuato da Togliatti nella lettera ai dirigenti sovietici: poteva Di Vittorio, come Segretario della CGIL, fare una dichiarazione senza prima farla approvare dal partito? Per Togliatti, certamente no. Ma nella sua missiva ai sovietici, il Segretario del PCI aveva così riduttivamente presentato la questione che in realtà concerneva il diritto della CGIL ad assumere una posizione autonoma sugli avvenimenti ungheresi. Un grande sindacato, costituito da milioni di uomini e donne, con componenti politiche diverse, che mirava all’unità sindacale delle classi lavoratrici italiane, poteva intervenire con suoi atti o deliberazioni su problemi politici indipendentemente dalle scelte di questo o quel partito che pure intendevano esprimere gli stessi interessi di classe del sindacato unitario?
La risposta di Di Vittorio era positiva ed era politica, non “sentimentale”. Su questo si attestò e tenne fermo, come vedremo, nel corso dell’aspra lotta politica che interessò l’VIII congresso del PCI. Insieme all’autonomia era messa in discussione l’unità della grande organizzazione sindacale italiana, perché era evidente che se il PCI avesse preteso di imporre la propria disciplina di partito ai comunisti del sindacato, immediatamente si sarebbe posto un problema di sopravvivenza per la confederazione, poiché gli altri aderenti al sindacato, i socialisti innanzitutto, non avrebbero accettato di essere messi sotto la tutela del PCI. Il pericolo di un’ulteriore divisione sindacale era reale e questo Togliatti non poteva trascurarlo. A mio avviso, egli comprese la vera posizione politica di Di Vittorio e non spinse il contrasto con Di Vittorio fino alle estreme conseguenze che in un partito comunista giungevano sino all’espulsione dell’esponente contrappostosi alla linea decisa dall’organismo dirigente. Nei due grandi dirigenti comunisti vi era la consapevolezza che il grande valore dell’unità sindacale non poteva essere sacrificato sull’altare dell’Ungheria. Per la prima volta si era manifestata una così clamorosa divergenza fra partito comunista e CGIL, ma da allora in poi bisognava accettare l’esistenza di diverse logiche non coincidenti, che si sarebbero espresse in seguito in termini diversi ed anche divergenti, con conseguenze politiche che non potevano essere ricondotte ad alcuno statuto formale. In poche parole, il partito doveva capire che l’epoca del sindacato “cinghia di trasmissione” era finita e che bisognava confrontarsi alla pari. Il chiarimento avveniva in un momento storico in cui il rapporto tra due diverse logiche apparve conflittuale. L’una si ispirava all’esigenza dell’unità del partito, con la riconferma del “legame di ferro” con l’Unione Sovietica, paese guida del “campo socialista”, l’altra alla esigenza dell’unità e dell’autonomia del movimento sindacale italiano che per essere unito e veramente autonomo non poteva accettare la funzione di guida di alcun partito, né operare una “scelta di campo”. Se l’una insisteva sulla situazione determinatasi in Ungheria e sugli sbocchi reazionari che si presentavano, in un discorso che faceva proprio il punto di vista degli interessi concreti dello Stato sovietico e del movimento comunista, l’altra logica era totalmente diversa, poiché guardava all’avvenire e tendeva a salvare posizioni di principio, la cui forza aggregante si sarebbe manifestata sul piano nazionale, nel rapporto tra le classi lavoratrici e lo Stato, in una forma che corrispondesse all’evoluzione delle società complesse dell’occidente capitalistico. In sostanza, il focus di Togliatti era l’unità del partito, mentre il focus di Di Vittorio era l’unità sindacale. Naturalmente Di Vittorio aveva ben capito che non si doveva spingere il conflitto e tenne a precisare i confini oltre i quali, nella sua volontà di andare incontro alle esigenze del partito, non poteva andare. Dall’altra parte Togliatti, forte della lezione di Antonio Gramsci, comprese che l’unità e l’autonomia del sindacato rappresentavano una sfida che si giocava sul terreno dell’egemonia e che a nulla sarebbe valso il richiamo alla disciplina di partito, al concetto bolscevico della fedeltà al partito innanzitutto. Ci furono gli interventi successivi del Segretario della CGIL, dal discorso di Livorno del 4 novembre a quello di Foggia del 27 novembre[5], nei quali è evidente lo sforzo di Di Vittorio di recuperare il rapporto con il partito e con Togliatti in particolare. A mio avviso, Togliatti non volle inasprire il contrasto e intese contenerlo nei limiti di una divergenza di opinioni; d’altro canto, Di Vittorio, quando ormai in Ungheria la partita si era chiusa con la sconfitta degli insorti, capiva bene che doveva volgere in positivo la questione apertasi con il partito, mostrando come dirigente comunista di accettare, dopo i fatti, il giudizio del partito, avendo in precedenza rivendicato il diritto della CGIL ad esprimere una valutazione propria, mentre quei fatti erano in svolgimento. Un compromesso? Si, un compromesso con il riconoscimento dell’esigenza di unità del partito, ma con un Di Vittorio fermo nella difesa dell’unità e dell’autonomia del sindacato, questione che sembrava meno urgente e comunque meno evidente a chi partecipava o assisteva al dibattito in quelle infuocate giornate del ‘56. Perciò è a mio avviso fuorviante vedere in Di Vittorio colui che nel ’56 aveva visto giusto sui fatti d’Ungheria mentre Togliatti no. Certo Di Vittorio ben rappresentava tutti quei comunisti, ed erano molti, che restarono nel partito, pur avendo dubbi, riserve o valutazioni divergenti sull’insurrezione ungherese e sulla repressione sovietica, mentre il partito perdeva 200.000 iscritti. Ma Di Vittorio, possiamo dire, visto lo sviluppo degli avvenimenti, doveva aver considerato che la logica dello Stato sovietico si sarebbe imposta con la forza in Ungheria: a lui interessava altro, gli importava affermare l’unità e l’autonomia del sindacato come valore fondativo della democrazia moderna, di quella italiana innanzitutto, ma in prospettiva, come un riferimento valido per un nuovo assetto delle relazioni fra le grandi realtà della società contemporanea: lo Stato, l’impresa, il mondo del lavoro, la cultura e la ricerca scientifica, la Chiesa e le istituzioni sopranazionali. Questa era la questione fondamentale, forse non ben compresa a suo tempo, perché intersecata da altre drammatiche urgenze e perché essa, agli occhi di molti, aveva un carattere particolare, direi corporativo, mentre al contrario la sua importanza era tale da coinvolgere non solo il sindacato, ma tutti quelli che con il sindacato dovevano misurarsi, confrontarsi o anche disporsi in contraddittorio, quindi il paese intiero. Di Vittorio pagò un prezzo politico all’VIII Congresso del partito, poiché nella crisi più grave attraversata dal PCI dopo la fine della seconda guerra mondiale, era apparso, agli occhi di molti compagni come colui che, al di là delle sue intenzioni, aveva rappresentato un pericoloso riferimento contro l’unità del partito.
Chi legge l’intervento pronunciato alla tribuna dell’VIII Congresso nota che Di Vittorio, avendo portato il suo contributo all’unità del partito nella fase precongressuale, riprende con grande impegno l’iniziativa sui temi che gli sono congeniali. Espressa la sua adesione alla “via italiana al socialismo” e l’apprezzamento positivo dei risultati del XX Congresso del PCUS, il dirigente sindacale dichiara di essere «soddisfatto del giusto peso che il compagno Togliatti ha attribuito alla provocazione reazionaria e ai gravissimi incredibili errori del partito e del governo ungheresi». Di Vittorio insiste sul fatto che «gli errati metodi di direzione politica, dell’economia e dei sindacati sono la causa profonda di quei tragici avvenimenti» e prosegue affermando che «gli agenti del nemico non sarebbero in grado di raggiungere risultati apprezzabili... se essi non potessero operare sulla base di un malcontento profondo delle masse, tanto più pericoloso quanto più compresso con misure di carattere coercitivo». Il giudizio conclusivo sulla tragedia ungherese si esprime con il carattere di una massima: «Un partito comunista che perda ogni legame vivente con la sua base naturale e che, con le migliori intenzioni del mondo, pretenda di raggiungere qualsiasi obiettivo, senza il libero consenso e la partecipazione creatrice della classe operaia e del popolo lavoratore, viene meno alla sua funzione e perciò si espone alle più gravi disfatte»[6].
Di Vittorio evita accuratamente ogni riferimento all’intervento sovietico e invece sottolinea che in Polonia, dove l’intervento sovietico non c’è stato, «la svolta operata dal Partito operaio polacco è di carattere nettamente positivo». L’analisi di questo significativo intervento di Di Vittorio non può trascurare altri punti che suscitano l’interesse del Congresso, sì che una vera e propria ovazione accoglie la conclusione del suo discorso (negli Atti: «Applausi prolungati e calorosi dell’assemblea in piedi»), segno che la sua popolarità e il suo prestigio non erano stati affatto intaccati dalla divergenza manifestata in relazione all’insurrezione ungherese e all’invasione sovietica. Il dirigente affronta il tema dell’industrializzazione nei paesi di “democrazia popolare” e critica apertamente il modello di sviluppo economico che privilegiava l’industria pesante a scapito dell’industria leggera e della produzione di beni di consumo. Riconosciuta la necessità della creazione di un’industria pesante, Di Vittorio afferma con chiarezza: «Ma questa costruzione deve farsi nella misura che è compatibile coi bisogni vitali e quotidiani della classe operaia e del popolo. L’industria di base è necessaria, ma il capitale più prezioso da salvaguardare è quello umano, della classe operaia e di tutti i lavoratori. La classe operaia diceva il nostro Gramsci, non è un mito, non è un’astrazione. Essa è composta di uomini di carne ed ossa, coi loro bisogni quotidiani...».
La critica di Di Vittorio si rivolge, senza mezzi termini, all’altro aspetto della costruzione economica nei paesi dell’Est, Unione Sovietica inclusa: la collettivizzazione delle campagne. È chiaro che il giudizio così nettamente critico di Di Vittorio proviene dalla conoscenza delle disastrose conseguenze della collettivizzazione forzata prima di tutto in URSS. Egli si richiama ai “grandi maestri del socialismo” e a Lenin in particolare, per definire la deviazione attuata contro i principi e gli orientamenti indicati dal capo bolscevico: «Lenin definitiva addirittura una pura stupidità, ogni tentativo di forzare i contadini a qualsiasi forma di collettivizzazione».
L’importanza storica dell’intervento di Di Vittorio al congresso comunista si manifesta quando egli pone il problema del sindacato. Per Di Vittorio la questione interessa un quadro nazionale in cui più liberamente, senza condizionamenti esterni, possono esprimersi le parti in causa, il sindacato stesso e i partiti della sinistra. Perciò la sua sollecitazione al PCI è forte, affinché, abbandonando vecchie impostazioni ideologiche riguardanti la priorità del partito rispetto al sindacato, sia riconosciuta l’autonomia del sindacato come condizione indispensabile dell’unità della CGIL e per procedere verso l’unificazione sindacale delle classi lavoratrici italiane. Di Vittorio pone quindi l’unità sindacale non come un problema interno della classe operaia, ma come «un problema di fondo della democrazia e della nazione» e precisa la modalità di realizzazione dell’unità nei termini della proposta Agostino Novella-Ferdinando Santi: «La costituzione di una nuova grande organizzazione unitaria, libera, democratica e indipendente dai governi e da tutti partiti, nella quale possano fondersi tutti i sindacati esistenti ed affluire i milioni di lavoratori italiani che sono attualmente inorganizzati». Subito dopo c’è il vero “affondo” politico di Di Vittorio: «L’unità del sindacato esige la sua piena indipendenza non soltanto dal padronato e dai governi, ma anche da tutti i partiti... Bisogna liquidare definitivamente la famosa teoria della “cinghia di trasmissione”... La liquidazione della teoria della “cinghia di trasmissione” è giustificata anche dal fatto che esistono attualmente più partiti operai... I sindacati per essere unitari non possono essere la cinghia di trasmissione di nessun partito. Propongo che questo principio venga affermato chiaramente nella risoluzione conclusiva dei nostri lavori...». Con questo intervento si concludeva così “l’autunno caldo” del grande sindacalista pugliese, l’ultimo della sua vita, in cui tutti i motivi più profondi della sua vita di rivoluzionario, si erano presentati insieme a chiedere una risposta umana e politica, anzi tanto più politica quanto più umana. Infatti, nella contrastata direzione del 30 ottobre era partito dalla dichiarazione che egli, quando gli operai lottavano, era dalla loro parte e questa, considerata una presa di posizione “sentimentale”, costituiva invece l’affermazione di un punto di vista, quello della classe operaia, del quale non si poteva considerare depositario una volta per tutte il partito comunista, in virtù del marxismo-leninismo. Di Vittorio proponeva invece una visione più problematica, starei per dire più sottilmente filosofica, della mediazione tra la realtà sociale del mondo del lavoro e la politica; affermava la necessità di un rapporto costante con i bisogni degli operai «uomini di carne ed ossa», e giungeva ad una conclusione esplosiva per l’universo comunista: non c’era alcun partito che avesse una missione storica liberatrice, ma al contrario, senza deleghe, l’azione dei lavoratori si sarebbe dovuta esplicare pluralisticamente, trovando una conferma pragmatica, sul terreno del conflitto sociale da un lato, delle riforme dall’altro.
La rivendicazione dell’autonomia del sindacato approdava così ad una concezione ispirata proprio al riconoscimento della pluralità, come categoria alla quale ancorare l’“egemonia”, cioè la costruzione del consenso necessario per la trasformazione sociale. Di Vittorio fa parte della Commissione politica del Congresso alla quale è demandato il compito di redigere la mozione politica conclusiva e a questa presenta la sua proposta congressuale. Ma Mario Alicata nella relazione sulla mozione politica[7] non fa alcun riferimento alla questione dell’unità e dell’autonomia del sindacato nei termini presentati da Di Vittorio alla tribuna congressuale. Ma Di Vittorio non si dà per vinto e, dopo aver proposto un emendamento in relazione alla lotta contro il colonialismo, ancora al congresso ripropone il tema che più lo interessa: «Il compagno Alicata non ha parlato, né è detto nel documento nulla a proposito, del processo di unità sindacale, dell’indipendenza del sindacato rispetto a tutti i partiti, e della liquidazione della famosa teoria della “cinghia di trasmissione”, perché questo concetto è espresso nelle tesi[8]. Tengo a ripetere qui che la formulazione che vi è nelle tesi deve avere una maggiore precisazione che faccia allusione all’impegno che assume il partito di sostenere con tutte le sue forze il processo di unità sindacale in corso nel nostro paese e, in relazione a questo, ribadire l’obbligo di tutti comunisti di rispettare l’indipendenza dei sindacati».
Sulla questione Alicata non gli risponde. Infatti la “formulazione” della Tesi 34 riportava quasi alla lettera quanto aveva sostenuto Di Vittorio con tanta forza; anche il riferimento al superamento del concetto del sindacato “cinghia di trasmissione”, sul quale tanto insisteva il sindacalista pugliese era inserito nella Tesi. Era evidente che su questo piano Togliatti aveva riconosciuta legittima l’esigenza posta da Di Vittorio e l’aveva accolta come indicazione di linea del partito. E allora perché Di Vittorio era intervenuto al Congresso, unico tra i dirigenti sindacali che si erano rivolti alla platea dei delegati comunisti, a porre con tanta energia il problema dell’unità e dell’autonomia del sindacato? Si può pensare che volesse rendere viva nella coscienza del partito quell’idea che stentava a farsi strada nella pratica quotidiana delle relazioni fra partiti e sindacato, e fra le componenti stesse della CGIL. Ancora una volta non bastava una “carta dei diritti”, occorreva l’impegno, la convinzione, la lotta degli uomini. Così Di Vittorio vedeva il sindacato, né subordinato, né sopra o a fianco di partiti o istituzioni anche quando queste fossero rappresentative dello Stato stesso, ma di fronte, per incontrarsi, ma tenendo presente sempre il punto di vista delle classi lavoratrici. Come gli era accaduto nel 1948 di fronte ad Alcide De Gasperi, dopo l’attentato a Togliatti, ma pure come era successo nel confronto con il gruppo dirigente del PCI, nel corso dell’insurrezione ungherese e della repressione sovietica. Un prezzo lo pagava il sindacalista pugliese: nel segreto dell’urna, 55 delegati su 1.034 votanti cancellarono il suo nome, un’espressione critica che la vecchia guardia manifestava nei confronti di Di Vittorio. Era in buona compagnia: Umberto Terracini e Nilde Jotti di cancellature ne totalizzarono di più. Tuttavia nel gruppo dirigente comunista, per merito innanzitutto di Togliatti esisteva un forte senso unitario che venne esaltato dalla crisi “ungherese”: Di Vittorio, che era stato additato come il “Gomulka italiano”, veniva rieletto nella direzione comunista espressa dall’VIII Congresso.


[1] Cfr. Sudest, n.18 “Il socialismo non può avvenire che per volontà dei lavoratori e del popolo e non con l’intervento di un esercito straniero”, a cura di Michele Galante, pagg. 94-107.

[2] Cfr. Michele Pistillo, Giuseppe Di Vittorio, Editori Riuniti Roma 1977,Vol. III, pag. 329 e ss.

[3] Cfr. Adriano Guerra-BrunoTrentin, Di Vittorio e l’ombra di Stalin. L’ Ungheria, il PCI e l’autonomia del sindacato, Ediesse, Roma, 1997, pagg. 133 e ss.

[4] La lettera è stata resa nota solo nel 1996 ed è stata pubblicata su La Stampa, 11.9.1996. Il testo della lettera è in: Federigo Argentieri, Budapest 1956 La rivoluzione calunniata, L’Unità, Roma, 1996.

[5] Cfr. Sudest, n.18, pagg.101-103. Si evince chiaramente dalla lettura del discorso e tenuto conto del momento congressuale che Di Vittorio sentì di dover contribuire all’unità del partito, con l’affermare l’adesione sua e del“Congresso unanime” alla posizione del partito, «illustrata dal compagno Togliatti». Di Vittorio quindi non registrò in modo notarile l’unanimità, ma la affermò come fatto politico, tanto vero che il suo discorso conclusivo precedette, secondo la procedura, le votazioni congressuali.

[6] Cfr. VIII Congresso del Partito Comunista Italiano Atti e risoluzioni, Editori Riuniti, Roma, 1957, pag.432.

[7] Cfr. Atti VIII Congresso, cit. pagg. 623-631.

[8] Il riferimento è alla Tesi 34.

torna all'indice della sezione dedicata a Di Vittorio

     
   

Non mi convince un’angolazione dello studio di Di Vittorio come contraddittore di Palmiro Togliatti, a questi alternativo per la direzione del PCI, “un Gromulka italiano”, come, a quanto pare, si paventò nello stesso gruppo dirigente del PCI. Ma Di Vittorio non riteneva vi fosse alternativa alla direzione di Togliatti

   

 

   

Togliatti comprese la vera posizione politica di Di Vittorio e non spinse il contrasto con lui fino alle estreme conseguenze che in un partito comunista giungevano sino all’espulsione. Nei due grandi dirigenti comunisti vi era la consapevolezza che l’unità sindacale non poteva essere sacrificata sull’altare dell’Ungheria

   

 

   

D’altro canto Di Vittorio capiva bene che doveva volgere in positivo la questione apertasi con il partito, mostrando come dirigente comunista di accettare, dopo i fatti, il giudizio del partito, avendo in precedenza rivendicato il diritto della CGIL ad esprimere una valutazione propria, mentre quei fatti erano in svolgimento

   

 

   

“Un partito comunista che perda ogni legame vivente con la sua base naturale e che, con le migliori intenzioni del mondo, pretenda di raggiungere qualsiasi obiettivo, senza il libero consenso e la partecipazione creatrice della classe operaia e del popolo lavoratore, viene meno alla sua funzione e perciò si espone alle più gravi disfatte”

   

 

   

La rivendicazione dell’autonomia del sindacato approdava così ad una concezione ispirata proprio al riconoscimento della pluralità, come categoria alla quale ancorare l’“egemonia”, cioè la costruzione del consenso necessario per la trasformazione sociale