Ricorre quest’anno il 50° anniversario della scomparsa di
Giuseppe Di Vittorio e in quest’occasione si svolgeranno certamente
iniziative di studi e di discussione sulla sua azione e sul suo pensiero.
A questo proposito, un rilevante contributo è venuto dalla pubblicazione
su Sudest del discorso tenuto il 27 novembre da Di Vittorio al X Congresso
della Federazione di Foggia del PCI[1]. È un
ulteriore tassello che ci permette di focalizzare meglio l’aspetto, a mio
parere, più significativo dell’impegno del grande sindacalista: la lotta
per l’unità e l’autonomia del sindacato. Una lotta che raggiunse il
massimo di intensità e credo anche di travaglio interiore in Di Vittorio,
in quei tempestosi giorni del 1956, in coincidenza dei fatti d’Ungheria e
dell’VIII Congresso del PCI. Il documento deve essere esaminato in un
contesto in cui analisi filologica e ricostruzione storica ci consentano
di cogliere tutto lo spessore del contributo dato da Di Vittorio, non solo
alla causa delle classi lavoratrici, ma alla democrazia italiana. In quei
giorni dall’ottobre al dicembre 1956, mentre da un lato si svolgono
l’insurrezione ungherese e l’intervento repressivo sovietico, e dall’altro
l’attacco franco-britannico-israeliano all’Egitto, numerose sono le
occasioni in cui Di Vittorio esprime il suo pensiero e la vicenda è ancora
oggi oggetto di opinioni e di giudizi diversi. Non intendo riprendere,
nello spazio di un articolo, tutta la vasta documentazione riguardante
l’impegno della CGIL in quei mesi e mi limiterò a stabilire un
collegamento tra alcuni documenti scritti da Di Vittorio e il momento
storico in cui si collocarono.
Dico subito che non mi convince un’angolazione dello studio di Di Vittorio
come contraddittore di Palmiro Togliatti, a questi alternativo per la
direzione del PCI, “un Gomulka italiano”, come, a quanto pare, si paventò
nello stesso gruppo dirigente del PCI. Ma Di Vittorio non riteneva che vi
fosse alternativa alla direzione di Togliatti e sempre recisamente affermò
essere “assurdo” contrapporlo al Segretario del partito.
Insistere in questa direzione porterebbe a sottolineare un contrasto che
vi fu certamente, ed acutissimo, ma a non cogliere il senso che il
dirigente sindacale intese dare alla sua battaglia nel partito.
Nell’autunno del ‘56 fu subito evidente che non solo il comunicato della
CGIL del 26 ottobre[2], ma anche la dichiarazione di
Di Vittorio all’indomani dell’intervento sovietico erano apertamente in
contrasto con l’interpretazione e il giudizio della Direzione del PCI e
quindi sarebbe stata inevitabile, nella logica dei rapporti esistenti in
un partito comunista, la sconfessione di Di Vittorio o una sua autocritica
tanto scoperta quanto umiliante da non permettergli di assolvere con la
necessaria credibilità al ruolo di Segretario generale della CGIL. Per il
comunicato, determinante era stata l’iniziativa di sindacalisti socialisti
come Piero Boni, Giacomo Brodolini e Oreste Lizzadri, ma Di Vittorio non
si era tirato indietro, anzi aveva voluto, con la dichiarazione, rimarcare
che la posizione della CGIL rispecchiava quanto egli pensava sulla
tragedia ungherese. C’era materia per discutere nella Direzione del PCI
riunita il 30 ottobre. Lo scontro fu aspro e Di Vittorio fu messo in stato
d’accusa. Ma Di Vittorio non era un intellettuale fra i “101” che avevano
firmato la lettera di protesta contro l’intervento sovietico, e nemmeno un
parlamentare autorevole come Antonio Giolitti; Di Vittorio era un’altra
cosa, era il simbolo vivente della lotta delle classi lavoratrici
italiane, un valore cioè che non apparteneva specificamente ad alcun
partito, ma che trascendeva le appartenenze politiche del mondo del
lavoro, pur attraversandole tutte. Egli affermò come giusta la scelta
della CGIL di schierarsi a favore dei lavoratori ungheresi e concluse che
«dovunque c’erano degli operai in lotta, egli istintivamente si schierava
dalla loro parte»[3]. Non vi fu quindi alcuna
autocritica, né manifestazione di voler declinare le proprie
responsabilità. Togliatti, a conclusione del dibattito, in cui gli
interventi furono tutti molto critici nei riguardi del dirigente
sindacale, affermò che «la risposta di Di Vittorio non è stata quella
necessaria». In quella stessa giornata del 30 ottobre il Segretario del
PCI aveva inviato una lettera alla segreteria del Comitato Centrale del
PCUS e la informava che in seguito agli avvenimenti ungheresi nel PCI si
presentavano due posizioni opposte. Togliatti così esponeva la situazione
ai dirigenti sovietici: «...Vi sono gruppi che accusano la direzione del
nostro partito di non aver preso posizione in difesa dell’insurrezione di
Budapest e che affermano che l’insurrezione era pienamente da appoggiare e
che era giustamente motivata. Questi gruppi esigono che l’intera direzione
del nostro partito sia sostituita e ritengono che Di Vittorio dovrebbe
diventare il nuovo leader del partito. Essi si basano su una dichiarazione
di Di Vittorio che non corrispondeva alla linea del partito e che non era
stata da noi approvata»[4]. Nei riguardi Di Vittorio
viene assunta una singolare iniziativa: Giorgio Amendola e Giancarlo
Pajetta vanno da Di Vittorio in “missione esplorativa”. Nessuno dei tre
partecipanti all’incontro ha mai raccontato in quali termini si svolse il
colloquio, ma certamente lo scontro fu durissimo, e Di Vittorio ne uscì
molto provato. Dunque non era bastata la riunione della direzione, né la
“missione” di Amendola e Pajetta a far indietreggiare Di Vittorio. Qui è
necessario un tentativo di interpretazione che non può fondarsi su
documenti o testimonianze, ma solo per via analogico-deduttiva in
riferimento a successivi interventi dello stesso Di Vittorio e ai
documenti del Congresso Nazionale del PCI. Il punctum crucis della
questione era stato già ben individuato da Togliatti nella lettera ai
dirigenti sovietici: poteva Di Vittorio, come Segretario della CGIL, fare
una dichiarazione senza prima farla approvare dal partito? Per Togliatti,
certamente no. Ma nella sua missiva ai sovietici, il Segretario del PCI
aveva così riduttivamente presentato la questione che in realtà concerneva
il diritto della CGIL ad assumere una posizione autonoma sugli avvenimenti
ungheresi. Un grande sindacato, costituito da milioni di uomini e donne,
con componenti politiche diverse, che mirava all’unità sindacale delle
classi lavoratrici italiane, poteva intervenire con suoi atti o
deliberazioni su problemi politici indipendentemente dalle scelte di
questo o quel partito che pure intendevano esprimere gli stessi interessi
di classe del sindacato unitario?
La risposta di Di Vittorio era positiva ed era politica, non
“sentimentale”. Su questo si attestò e tenne fermo, come vedremo, nel
corso dell’aspra lotta politica che interessò l’VIII congresso del PCI.
Insieme all’autonomia era messa in discussione l’unità della grande
organizzazione sindacale italiana, perché era evidente che se il PCI
avesse preteso di imporre la propria disciplina di partito ai comunisti
del sindacato, immediatamente si sarebbe posto un problema di
sopravvivenza per la confederazione, poiché gli altri aderenti al
sindacato, i socialisti innanzitutto, non avrebbero accettato di essere
messi sotto la tutela del PCI. Il pericolo di un’ulteriore divisione
sindacale era reale e questo Togliatti non poteva trascurarlo. A mio
avviso, egli comprese la vera posizione politica di Di Vittorio e non
spinse il contrasto con Di Vittorio fino alle estreme conseguenze che in
un partito comunista giungevano sino all’espulsione dell’esponente
contrappostosi alla linea decisa dall’organismo dirigente. Nei due grandi
dirigenti comunisti vi era la consapevolezza che il grande valore
dell’unità sindacale non poteva essere sacrificato sull’altare
dell’Ungheria. Per la prima volta si era manifestata una così clamorosa
divergenza fra partito comunista e CGIL, ma da allora in poi bisognava
accettare l’esistenza di diverse logiche non coincidenti, che si sarebbero
espresse in seguito in termini diversi ed anche divergenti, con
conseguenze politiche che non potevano essere ricondotte ad alcuno statuto
formale. In poche parole, il partito doveva capire che l’epoca del
sindacato “cinghia di trasmissione” era finita e che bisognava
confrontarsi alla pari. Il chiarimento avveniva in un momento storico in
cui il rapporto tra due diverse logiche apparve conflittuale. L’una si
ispirava all’esigenza dell’unità del partito, con la riconferma del
“legame di ferro” con l’Unione Sovietica, paese guida del “campo
socialista”, l’altra alla esigenza dell’unità e dell’autonomia del
movimento sindacale italiano che per essere unito e veramente autonomo non
poteva accettare la funzione di guida di alcun partito, né operare una
“scelta di campo”. Se l’una insisteva sulla situazione determinatasi in
Ungheria e sugli sbocchi reazionari che si presentavano, in un discorso
che faceva proprio il punto di vista degli interessi concreti dello Stato
sovietico e del movimento comunista, l’altra logica era totalmente
diversa, poiché guardava all’avvenire e tendeva a salvare posizioni di
principio, la cui forza aggregante si sarebbe manifestata sul piano
nazionale, nel rapporto tra le classi lavoratrici e lo Stato, in una forma
che corrispondesse all’evoluzione delle società complesse dell’occidente
capitalistico. In sostanza, il focus di Togliatti era l’unità del partito,
mentre il focus di Di Vittorio era l’unità sindacale. Naturalmente Di
Vittorio aveva ben capito che non si doveva spingere il conflitto e tenne
a precisare i confini oltre i quali, nella sua volontà di andare incontro
alle esigenze del partito, non poteva andare. Dall’altra parte Togliatti,
forte della lezione di Antonio Gramsci, comprese che l’unità e l’autonomia
del sindacato rappresentavano una sfida che si giocava sul terreno
dell’egemonia e che a nulla sarebbe valso il richiamo alla disciplina di
partito, al concetto bolscevico della fedeltà al partito innanzitutto. Ci
furono gli interventi successivi del Segretario della CGIL, dal discorso
di Livorno del 4 novembre a quello di Foggia del 27 novembre[5],
nei quali è evidente lo sforzo di Di Vittorio di recuperare il rapporto
con il partito e con Togliatti in particolare. A mio avviso, Togliatti non
volle inasprire il contrasto e intese contenerlo nei limiti di una
divergenza di opinioni; d’altro canto, Di Vittorio, quando ormai in
Ungheria la partita si era chiusa con la sconfitta degli insorti, capiva
bene che doveva volgere in positivo la questione apertasi con il partito,
mostrando come dirigente comunista di accettare, dopo i fatti, il giudizio
del partito, avendo in precedenza rivendicato il diritto della CGIL ad
esprimere una valutazione propria, mentre quei fatti erano in svolgimento.
Un compromesso? Si, un compromesso con il riconoscimento dell’esigenza di
unità del partito, ma con un Di Vittorio fermo nella difesa dell’unità e
dell’autonomia del sindacato, questione che sembrava meno urgente e
comunque meno evidente a chi partecipava o assisteva al dibattito in
quelle infuocate giornate del ‘56. Perciò è a mio avviso fuorviante vedere
in Di Vittorio colui che nel ’56 aveva visto giusto sui fatti d’Ungheria
mentre Togliatti no. Certo Di Vittorio ben rappresentava tutti quei
comunisti, ed erano molti, che restarono nel partito, pur avendo dubbi,
riserve o valutazioni divergenti sull’insurrezione ungherese e sulla
repressione sovietica, mentre il partito perdeva 200.000 iscritti. Ma Di
Vittorio, possiamo dire, visto lo sviluppo degli avvenimenti, doveva aver
considerato che la logica dello Stato sovietico si sarebbe imposta con la
forza in Ungheria: a lui interessava altro, gli importava affermare
l’unità e l’autonomia del sindacato come valore fondativo della democrazia
moderna, di quella italiana innanzitutto, ma in prospettiva, come un
riferimento valido per un nuovo assetto delle relazioni fra le grandi
realtà della società contemporanea: lo Stato, l’impresa, il mondo del
lavoro, la cultura e la ricerca scientifica, la Chiesa e le istituzioni
sopranazionali. Questa era la questione fondamentale, forse non ben
compresa a suo tempo, perché intersecata da altre drammatiche urgenze e
perché essa, agli occhi di molti, aveva un carattere particolare, direi
corporativo, mentre al contrario la sua importanza era tale da coinvolgere
non solo il sindacato, ma tutti quelli che con il sindacato dovevano
misurarsi, confrontarsi o anche disporsi in contraddittorio, quindi il
paese intiero. Di Vittorio pagò un prezzo politico all’VIII Congresso del
partito, poiché nella crisi più grave attraversata dal PCI dopo la fine
della seconda guerra mondiale, era apparso, agli occhi di molti compagni
come colui che, al di là delle sue intenzioni, aveva rappresentato un
pericoloso riferimento contro l’unità del partito.
Chi legge l’intervento pronunciato alla tribuna dell’VIII Congresso nota
che Di Vittorio, avendo portato il suo contributo all’unità del partito
nella fase precongressuale, riprende con grande impegno l’iniziativa sui
temi che gli sono congeniali. Espressa la sua adesione alla “via italiana
al socialismo” e l’apprezzamento positivo dei risultati del XX Congresso
del PCUS, il dirigente sindacale dichiara di essere «soddisfatto del
giusto peso che il compagno Togliatti ha attribuito alla provocazione
reazionaria e ai gravissimi incredibili errori del partito e del governo
ungheresi». Di Vittorio insiste sul fatto che «gli errati metodi di
direzione politica, dell’economia e dei sindacati sono la causa profonda
di quei tragici avvenimenti» e prosegue affermando che «gli agenti del
nemico non sarebbero in grado di raggiungere risultati apprezzabili... se
essi non potessero operare sulla base di un malcontento profondo delle
masse, tanto più pericoloso quanto più compresso con misure di carattere
coercitivo». Il giudizio conclusivo sulla tragedia ungherese si esprime
con il carattere di una massima: «Un partito comunista che perda ogni
legame vivente con la sua base naturale e che, con le migliori intenzioni
del mondo, pretenda di raggiungere qualsiasi obiettivo, senza il libero
consenso e la partecipazione creatrice della classe operaia e del popolo
lavoratore, viene meno alla sua funzione e perciò si espone alle più gravi
disfatte»[6].
Di Vittorio evita accuratamente ogni riferimento all’intervento sovietico
e invece sottolinea che in Polonia, dove l’intervento sovietico non c’è
stato, «la svolta operata dal Partito operaio polacco è di carattere
nettamente positivo». L’analisi di questo significativo intervento di Di
Vittorio non può trascurare altri punti che suscitano l’interesse del
Congresso, sì che una vera e propria ovazione accoglie la conclusione del
suo discorso (negli Atti: «Applausi prolungati e calorosi dell’assemblea
in piedi»), segno che la sua popolarità e il suo prestigio non erano stati
affatto intaccati dalla divergenza manifestata in relazione
all’insurrezione ungherese e all’invasione sovietica. Il dirigente
affronta il tema dell’industrializzazione nei paesi di “democrazia
popolare” e critica apertamente il modello di sviluppo economico che
privilegiava l’industria pesante a scapito dell’industria leggera e della
produzione di beni di consumo. Riconosciuta la necessità della creazione
di un’industria pesante, Di Vittorio afferma con chiarezza: «Ma questa
costruzione deve farsi nella misura che è compatibile coi bisogni vitali e
quotidiani della classe operaia e del popolo. L’industria di base è
necessaria, ma il capitale più prezioso da salvaguardare è quello umano,
della classe operaia e di tutti i lavoratori. La classe operaia diceva il
nostro Gramsci, non è un mito, non è un’astrazione. Essa è composta di
uomini di carne ed ossa, coi loro bisogni quotidiani...».
La critica di Di Vittorio si rivolge, senza mezzi termini, all’altro
aspetto della costruzione economica nei paesi dell’Est, Unione Sovietica
inclusa: la collettivizzazione delle campagne. È chiaro che il giudizio
così nettamente critico di Di Vittorio proviene dalla conoscenza delle
disastrose conseguenze della collettivizzazione forzata prima di tutto in
URSS. Egli si richiama ai “grandi maestri del socialismo” e a Lenin in
particolare, per definire la deviazione attuata contro i principi e gli
orientamenti indicati dal capo bolscevico: «Lenin definitiva addirittura
una pura stupidità, ogni tentativo di forzare i contadini a qualsiasi
forma di collettivizzazione».
L’importanza storica dell’intervento di Di Vittorio al congresso comunista
si manifesta quando egli pone il problema del sindacato. Per Di Vittorio
la questione interessa un quadro nazionale in cui più liberamente, senza
condizionamenti esterni, possono esprimersi le parti in causa, il
sindacato stesso e i partiti della sinistra. Perciò la sua sollecitazione
al PCI è forte, affinché, abbandonando vecchie impostazioni ideologiche
riguardanti la priorità del partito rispetto al sindacato, sia
riconosciuta l’autonomia del sindacato come condizione indispensabile
dell’unità della CGIL e per procedere verso l’unificazione sindacale delle
classi lavoratrici italiane. Di Vittorio pone quindi l’unità sindacale non
come un problema interno della classe operaia, ma come «un problema di
fondo della democrazia e della nazione» e precisa la modalità di
realizzazione dell’unità nei termini della proposta Agostino
Novella-Ferdinando Santi: «La costituzione di una nuova grande
organizzazione unitaria, libera, democratica e indipendente dai governi e
da tutti partiti, nella quale possano fondersi tutti i sindacati esistenti
ed affluire i milioni di lavoratori italiani che sono attualmente
inorganizzati». Subito dopo c’è il vero “affondo” politico di Di Vittorio:
«L’unità del sindacato esige la sua piena indipendenza non soltanto dal
padronato e dai governi, ma anche da tutti i partiti... Bisogna liquidare
definitivamente la famosa teoria della “cinghia di trasmissione”... La
liquidazione della teoria della “cinghia di trasmissione” è giustificata
anche dal fatto che esistono attualmente più partiti operai... I sindacati
per essere unitari non possono essere la cinghia di trasmissione di nessun
partito. Propongo che questo principio venga affermato chiaramente nella
risoluzione conclusiva dei nostri lavori...». Con questo intervento si
concludeva così “l’autunno caldo” del grande sindacalista pugliese,
l’ultimo della sua vita, in cui tutti i motivi più profondi della sua vita
di rivoluzionario, si erano presentati insieme a chiedere una risposta
umana e politica, anzi tanto più politica quanto più umana. Infatti, nella
contrastata direzione del 30 ottobre era partito dalla dichiarazione che
egli, quando gli operai lottavano, era dalla loro parte e questa,
considerata una presa di posizione “sentimentale”, costituiva invece
l’affermazione di un punto di vista, quello della classe operaia, del
quale non si poteva considerare depositario una volta per tutte il partito
comunista, in virtù del marxismo-leninismo. Di Vittorio proponeva invece
una visione più problematica, starei per dire più sottilmente filosofica,
della mediazione tra la realtà sociale del mondo del lavoro e la politica;
affermava la necessità di un rapporto costante con i bisogni degli operai
«uomini di carne ed ossa», e giungeva ad una conclusione esplosiva per
l’universo comunista: non c’era alcun partito che avesse una missione
storica liberatrice, ma al contrario, senza deleghe, l’azione dei
lavoratori si sarebbe dovuta esplicare pluralisticamente, trovando una
conferma pragmatica, sul terreno del conflitto sociale da un lato, delle
riforme dall’altro.
La rivendicazione dell’autonomia del sindacato approdava così ad una
concezione ispirata proprio al riconoscimento della pluralità, come
categoria alla quale ancorare l’“egemonia”, cioè la costruzione del
consenso necessario per la trasformazione sociale. Di Vittorio fa parte
della Commissione politica del Congresso alla quale è demandato il compito
di redigere la mozione politica conclusiva e a questa presenta la sua
proposta congressuale. Ma Mario Alicata nella relazione sulla mozione
politica[7] non fa alcun riferimento alla questione
dell’unità e dell’autonomia del sindacato nei termini presentati da Di
Vittorio alla tribuna congressuale. Ma Di Vittorio non si dà per vinto e,
dopo aver proposto un emendamento in relazione alla lotta contro il
colonialismo, ancora al congresso ripropone il tema che più lo interessa:
«Il compagno Alicata non ha parlato, né è detto nel documento nulla a
proposito, del processo di unità sindacale, dell’indipendenza del
sindacato rispetto a tutti i partiti, e della liquidazione della famosa
teoria della “cinghia di trasmissione”, perché questo concetto è espresso
nelle tesi[8]. Tengo a ripetere qui che la
formulazione che vi è nelle tesi deve avere una maggiore precisazione che
faccia allusione all’impegno che assume il partito di sostenere con tutte
le sue forze il processo di unità sindacale in corso nel nostro paese e,
in relazione a questo, ribadire l’obbligo di tutti comunisti di rispettare
l’indipendenza dei sindacati».
Sulla questione Alicata non gli risponde. Infatti la “formulazione” della
Tesi 34 riportava quasi alla lettera quanto aveva sostenuto Di Vittorio
con tanta forza; anche il riferimento al superamento del concetto del
sindacato “cinghia di trasmissione”, sul quale tanto insisteva il
sindacalista pugliese era inserito nella Tesi. Era evidente che su questo
piano Togliatti aveva riconosciuta legittima l’esigenza posta da Di
Vittorio e l’aveva accolta come indicazione di linea del partito. E allora
perché Di Vittorio era intervenuto al Congresso, unico tra i dirigenti
sindacali che si erano rivolti alla platea dei delegati comunisti, a porre
con tanta energia il problema dell’unità e dell’autonomia del sindacato?
Si può pensare che volesse rendere viva nella coscienza del partito quell’idea
che stentava a farsi strada nella pratica quotidiana delle relazioni fra
partiti e sindacato, e fra le componenti stesse della CGIL. Ancora una
volta non bastava una “carta dei diritti”, occorreva l’impegno, la
convinzione, la lotta degli uomini. Così Di Vittorio vedeva il sindacato,
né subordinato, né sopra o a fianco di partiti o istituzioni anche quando
queste fossero rappresentative dello Stato stesso, ma di fronte, per
incontrarsi, ma tenendo presente sempre il punto di vista delle classi
lavoratrici. Come gli era accaduto nel 1948 di fronte ad Alcide De Gasperi,
dopo l’attentato a Togliatti, ma pure come era successo nel confronto con
il gruppo dirigente del PCI, nel corso dell’insurrezione ungherese e della
repressione sovietica. Un prezzo lo pagava il sindacalista pugliese: nel
segreto dell’urna, 55 delegati su 1.034 votanti cancellarono il suo nome,
un’espressione critica che la vecchia guardia manifestava nei confronti di
Di Vittorio. Era in buona compagnia: Umberto Terracini e Nilde Jotti di
cancellature ne totalizzarono di più. Tuttavia nel gruppo dirigente
comunista, per merito innanzitutto di Togliatti esisteva un forte senso
unitario che venne esaltato dalla crisi “ungherese”: Di Vittorio, che era
stato additato come il “Gomulka italiano”, veniva rieletto nella direzione
comunista espressa dall’VIII Congresso.
Cfr.
Adriano Guerra-BrunoTrentin, Di Vittorio e l’ombra di Stalin. L’
Ungheria, il PCI e l’autonomia del sindacato, Ediesse, Roma, 1997, pagg.
133 e ss.
La
lettera è stata resa nota solo nel 1996 ed è stata pubblicata su La
Stampa, 11.9.1996. Il testo della lettera è in: Federigo Argentieri,
Budapest 1956 La rivoluzione calunniata, L’Unità, Roma, 1996.
Cfr.
VIII Congresso del Partito Comunista Italiano Atti e risoluzioni,
Editori Riuniti, Roma, 1957, pag.432.
Cfr. Atti VIII Congresso, cit. pagg. 623-631.
Il riferimento è alla Tesi 34.