Ricordando Peppino Di Vittorio.
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Giuseppe Di Vittorio
e il X Congresso provinciale
del PCI di Capitanata

(25-27 novembre 1956)

di Mario Pio Patruno

Sudest, Numero 3, Gennaio 2005

   
   
   
 
 
 
     

Nella pubblicistica e nella storiografia di orientamento comunista, il 1956 viene considerato come un anno indimenticabile, anzi come “l’indimenticabile” 1956, per la concomitanza del XX Congresso del PCUS con il successivo rapporto segreto di Chruscev sui crimini di Stalin, dell’invasione sovietica dell’Ungheria e della definitiva elaborazione della “via italiana al socialismo” affermata da Togliatti all’VIII Congresso nazionale del PCI.

In verità, se si guarda quell’anno dal punto di vista della vita delle popolazioni della Capitanata, occorre affermare, con molta meno enfasi, che la prima cosa davvero indimenticabile fu l’ondata di nevicate eccezionali che interessarono la provincia dall’inizio dell’anno fino alla primavera inoltrata. Nelle condizioni storiche del tempo, neve non significava sviluppo del turismo invernale, ma gelo di molte produzioni agricole, disoccupazione, isolamento prolungato di masserie, frazioni e comuni; in poche parole, neve si coniugava con miseria.

Tanto è vero che tutta la provincia fu percorsa da un’ondata di lotte di varia natura, da quelle di Rocchetta Sant’Antonio per l’assegnazione di terre demaniali, a quelle di Sannicandro Garganico o di Trinitapoli contro la disoccupazione e la fame, con frequenti “assalti” ai Municipi individuati come punto di riferimento più vicino per l’assistenza.

A questo si aggiunga che, dal versante delle capacità di direzione e di lotta del gruppo dirigente comunista di Capitanata, il 1956 fu un anno piuttosto negativo, in cui la capacità di “presa” sulle popolazioni della provincia e sugli stessi lavoratori risultò notevolmente indebolita per tutta l’estate e per l’autunno.

Ciononostante, il X Congresso provinciale del PCI di Capitanata, che si tenne a Foggia dal 25 al 27 novembre 1956, assunse immediatamente una valenza storica notevole per la presenza di Giuseppe Di Vittorio, nel bel mezzo delle vicende internazionali provocate dall’insurrezione popolare di Budapest del 23 ottobre, e appena 10 giorni prima dell’VIII Congresso del PCI.

Di Vittorio aveva assunto una posizione coraggiosa e lungimirante sia nei confronti della rivolta operaia di Potznan, in Polonia, del 28 giugno, sia rispetto ai fatti di Ungheria, nei quali egli non trascurava di denunciare anche la presenza di una provocazione di tipo reazionario, ma tendeva a sottolineare soprattutto i ritardi e gli errori dei governi satelliti dell’Unione Sovietica nei riguardi delle sacrosante aspirazioni, verso migliori condizioni di vita e di lavoro, della classe operaia e dei lavoratori di quei Paesi.

Una posizione che, oggi, è entrata così tanto nel senso comune di quelli che fanno riferimento al bagaglio teorico del comunismo italiano da apparire persino ovvia. Ma allora non fu così. Allora, la grande maggioranza dei comunisti di Capitanata condivise l’invasione sovietica e la stessa posizione ufficiale del PCI parlava di “dolorosa necessità” .

Come accolsero i comunisti di Capitanata il grande dirigente sindacale che citavano ad ogni piè sospinto?

Michele Pistillo nel suo lavoro su Di Vittorio riporta una bella testimonianza di Pasquale Panico che conferma la scarsissima popolarità della posizione del sindacalista persino nella “sua” Cerignola, ma sottolinea anche una nota di grande rispetto nei confronti dell’uomo politico[1].

Però, Pistillo richiama solo una parte della verità, sicuramente più nobile ma minoritaria, giacché l’altra parte non appare molto edificante per la storia del PCI di Capitanata nel suo complesso.

Infatti, già il Bollettino della Federazione del PCI del novembre 1956 pubblicato in occasione del Congresso, riporta solo un riferimento fugace e formale ad “…errori… che hanno reso possibili fatti dolorosi e gravi come quelli di Potznan…”[2], senza tuttavia specificare se questi “fatti dolorosi” fossero tali per i lavoratori polacchi o per il regime polacco.

Inoltre, la relazione introduttiva di Savino Gentile, allora segretario provinciale, mente sapendo di mentire laddove sostiene …

“Tuttavia possiamo rilevare con soddisfazione che sulle questioni di fondo: giudizio sul XX Congresso…via italiana al socialismo, avvenimenti di Ungheria…si è manifestata unità nel Partito”[3].

Non è immaginabile che Gentile non conoscesse la posizione di Di Vittorio, per cui pare voler rincarare la dose quando sostiene che “…l’appesantimento della burocrazia e una non chiara prospettiva hanno fatalmente provocato i noti e tragici avvenimenti che in Ungheria stavano per riaprire le porte al più sporco regime reazionario…Compagni, attorno a questi avvenimenti si sono accese polemiche…Alcuni, anche tra i nostri stessi amici, si sono lasciati sommergere dalla propaganda. Noi abbiamo approvato l’intervento sovietico…perché sappiamo che le conquiste socialiste vanno difese…”[4].

Sullo spessore storico negativo della segreteria Gentile è il caso di discorrere in altra sede, ma qui mi pare giusto evidenziare il giudizio miope e sbagliato, oltre che l’atteggiamento a dir poco irriguardoso nei confronti di Di Vittorio.

Come è possibile, infatti, anche solo immaginare un dirigente della levatura di Di Vittorio che si lascia “sommergere dalla propaganda” ?

Come è tollerabile adombrare un’immagine di Di Vittorio che non difende le conquiste del socialismo?

Noi sappiamo benissimo una cosa che il povero relatore trovava difficile comprendere: ossia che Di Vittorio poneva il problema del “come” si difendono le conquiste del socialismo ed i lavoratori in uno Stato che si professa socialista. Probabilmente incoraggiato da una simile relazione introduttiva, Ottavio Melpignano, delegato di Cerignola, contestò apertamente Di Vittorio in piena discussione congressuale ed alla presenza di Giuseppe D’Alema, inviato della Direzione. Ma Di Vittorio era Di Vittorio. Certamente rammaricato, ma nient’affatto scoraggiato, egli replicò ribadendo punto dopo punto, scrupolosamente, ogni aspetto delle sue posizioni sull’Ungheria, sulle condizioni di vita dei lavoratori nei Paesi socialisti e del ruolo del sindacato in una società di tipo socialista, che è tema ancora oggi di grande attualità se si pensa alle questioni che pone la presenza del colosso cinese nel mondo. A completamento della verità, va anche detto che non tutto il gruppo dirigente foggiano contestò Di Vittorio poiché, anzi, un nucleo di comunisti che trovava riferimento in giovani come Angelo Rossi, Rocco Colangelo, Aurelio Montingelli, Giacinto Di Leo ed in Sabino Vania, condivise le posizioni politiche del grande dirigente sindacale.

Le condivisero, ed anche per questa ragione, dovettero vivere vicissitudini personali e politiche che sarà il caso di narrare in altro luogo.


[1] Cfr.M.PistilloGiuseppe Di Vittorio.1944-1957”pag.335.Ed.Riuniti,Roma,1977.

[2]Cfr.Archivio Partito Comunista Italiano (APC) CRF Bollettino della Federazione comunista di Capitanata .Novembre 1956.

[3]Cfr.APC CRF Relazione introduttiva al X Congresso del PCI di Capitanata.

[4] Ibidem

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Il X congresso del Pci di Capitanata assunse una valenza storica per la presenza di Giuseppe
Di Vittorio, nel bel mezzo delle vicende internazionali provocate dall’insurrezione popolare di Budapest del 23 ottobre

   

 

   

Di Vittorio aveva assunto una posizione coraggiosa e lungimirante sia nei confronti della rivolta operaia di Potznan, sia rispetto ai fatti d’Ungheria. Una posizione che oggi appare ovvia, ma allora non fu così

   

 

   

Di Vittorio poneva il problema del “come” si difendono le conquiste del socialismo e dei lavoratori in un paese che si professa socialista. Non tutto il gruppo dirigente foggiano contestò Di Vittorio, e anzi un gruppo di giovani ne condivise le posizioni, e anche per questa ragione dovettero vivere molte vicissitudini personali e politiche